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La valutazione dei servizi per misurare il valore aggiunto.

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Dopo essere stata a lungo pratica negletta e riservata a pochi specialisti, la valutazione sta divenendo anche in Italia una pratica progressivamente sempre più esercitata e valorizzata. Si tratta di un processo lento e che ancora deve fare molta strada per acquisire uno spazio stabile nella organizzazione di interventi e servizi sociali, ma sicuramente si è finalmente imboccato un percorso di crescita.

Molte le strade dalle quali si è giunti allo stadio attuale. Crediamo che una spinta fondamentale sia stata quella della progettazione europea. In quell’alveo la valutazione ha sempre abitato, proponendo esperienze anche molto interessanti, ma che nella maggior parte dei casi – almeno nel nostro Paese – hanno avuto un carattere maggiormente formale che sostanziale: troppo spesso si trattava di processi di valutazione sui quali nessuno investiva veramente, ma che venivano realizzati perché il finanziamento lo richiedeva. Realizzati e poi accantonati appena dopo la fine del progetto. Per molti anni lo scenario prevalente è stato questo, ma intanto ha consentito una progressiva, seppur lenta, crescita culturale e l’individuazione di alcune prassi di eccellenza.

Dall’altra parte c’è stato tutto il tema del bilancio sociale che con le sue seguenti evoluzioni ha portato progressivamente al quadro attuale in cui la valutazione di impatto è divenuta uno specifico obbligo degli enti di terzo settore, così come previsto nell’apposito codice recentemente approvato. Certo siamo ancora in attesa di una linea guida che definisca con maggiore precisione e chiarezza un impianto condiviso e confrontabile, ma intanto abbiamo una indicazione forte in tal senso. L’indicazione che un’impresa sociale deve porsi il problema del valore aggiunto da essa determinato: non concepirsi come un semplice fornitore di servizi e utilizzatore di danaro pubblico, ma autore di una funzione che vuole essere portatrice di capitale sociale e comunitario.

Si pone quindi un salto culturale importante e non scontato. E non siamo sicuri che effettivamente gli organismi di terzo settore abbiano tutti compreso questa necessità. Valutare per il cambiamento; non più un processo di mera formalità, ma la costruzione di un processo di costante revisione e ricerca di valore. L’impresa sociale quindi come un soggetto deputato a consegnare valore aggiunto alla collettività e che si struttura ed organizza per misurare quanto sia capace di farlo per poi apportare modificazioni finalizzate a massimizzare tale capacità.

Non a caso uno dei caposaldi teorici della valutazione di impatto, introdotta dalla riforma, è la teoria del cambiamento (ToC). Senza addentrarci nei meandri epistemologici di tale teoria o decantarne lodi eccessive, quello che ci interessa è semplicemente il cambio di paradigma. Scontato? Non crediamo. Pensiamo alla principale tra le organizzazioni di impresa sociale: la cooperazione sociale. Essa è nata in seguito ad una spinta di profonda innovazione iniziata fin dagli anni ’70 e poi sedimentata nella legge istitutiva del ’91; ma dalla seconda metà degli anni ’90 in poi si è trattato di un processo di consolidamento che troppo spesso ha significato perdita di qualunque empito di cambiamento e di innovazione sociale. Ora giunge il momento ed anche l’opportunità per rilanciare una stagione di innovazione e di cambiamento.

Cambiamento che riguarda più dimensioni. Considerandole in un processo dal più grande al più piccolo, potremmo individuarle come di seguito.

Cambiamento nella comunità.

Cambiamento nell’organizzazione.

Cambiamento nel singolo intervento.

La valutazione diviene quindi una ricerca costante tramite la quale mettere in evidenza i risultati veri dell’azione sociale e organizzativa e comprendere quanto questi siano coerenti con gli obiettivi posti e in che modo si possa agire per migliorarli.

Per fare questo efficacemente essa deve essere coerente anche sotto l’aspetto degli strumenti, con le finalità individuate. Quindi la valutazione deve essere partecipativa. Deve dare voce a coloro cui è destinato il lavoro sociale; deve dargliela anche per assegnargli un potere sulla natura e sulle caratteristiche degli interventi. Deve quindi essere un processo di empowerment.

Deve inoltre – come ogni processo di empowerment – attivare un apprendimento sistemico. La valutazione non è qualcosa di neutro ed esterno. Anch’essa deve essere concepita coma un intervento sociale, in quanto volta a costruire apprendimento nella comunità. A renderla più consapevole e capace di conoscere il proprio contesto e di individuare nuove piste di azione.

Deve ricercate un confronto con le migliori esperienze. Attivare valutazione significa – dal nostro punto di vista – iniettare “ambizione” nel vissuto comunitario. L’ambizione di un futuro migliore. L’idea di una prospettiva, laddove troppo spesso esiste solamente una vuota quotidianità senza significato.

Sono questi i motivi che ci hanno spinto ad organizzare una mattinata formativa proprio sulla valutazione dell’impatto sociale. Giovedì 18 gennaio, ore 09:00, presso l’ex istituto Bambin Gesù in via don Biagio Cipriani, Fermo, Pina De Angelis, che presiede nel direttivo dell’Associazione Italiana Valutazioni (AIV) e svolge attività di valutazione come libera professionista presso diverse Cooperative sociali, ci aiuterà a fare chiarezza su questo tema.

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