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Lettura e presidio delle relazioni collaborative di rete

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Saper leggere il proprio contesto, le relazioni e la mutazione in cui in generale i contesti oggi sono immersi è la vera sfida pensando allo sviluppo dei nostri territori. E’ una questione di quale dimensione “alta” prendiamo come unità di misura, di quali esempi e prassi consideriamo come “buoni” per il nostro percorso evolutivo, di quale cambiamento in atto scegliamo come paradigma di riferimento.

È intorno a questi temi e a queste considerazioni che ci condurrà Carlo Andorlini nel corso dell’incontro di sabato prossimo 14 ottobre. Andorlini è stato coordinatore del Piano Giovani della Regione Toscana (Ufficio Giovanisì) ed è un esperto nell’ambito del lavoro di animazione delle reti territoriali. Si fa una gran parlare di lavoro di rete o di networking come adesso si preferisce chiamarlo, ma ci sembra che troppo spesso manchi una vera competenza e una riflessione strategica dietro alla costruzione di un sistema di connessioni davvero efficace. “Lettura e presidio delle relazioni collaborative di rete”, questo il titolo del seminario, in cui si analizzeranno le reti locali per costruire innovazione sociale a partire dal tema del “collaborare” e del costruire nodi e legami comunitari.

Tre differenti premesse a partire dalle quali sorge la riflessione, come si evidenziava nell’attacco di questo articolo.

  1. La dimensione “alta” come unità di misura. Ogni pratica sociale deve essere agganciata e conseguente a una visione chiara e nitida di cosa vediamo nella società mutante e a quale orizzonte ci riferiamo. Per questo la lettura di un territorio è direzionata in relazione a quale pezzo di società ci stiamo rivolgendo e soprattutto a quale pezzo di società vogliamo agganciare il nostro intervento sociale perché sia più efficace.
  2. Gli esempi e le prassi da considerare per il percorso evolutivo. Oggi abbiamo una fortuna in più rispetto al passato. Abbiamo una serie di reazioni nel nostro territorio nazionale che, prive di processo teorico testato, si sono inventate e si stanno inventando risposte efficaci e di grande impatto sociale. Non possiamo che agganciarci a queste per co-costruire nuove progettualità, nuove culture, nuovi cambi strategici, nuova operatività.
  3. Il cambiamento in atto che scegliamo come paradigma. E’ sempre questione di una scelta (quindi frutto di una scelta di parzialità) il nostro modo di operare. Abbiamo però una regola antica come il mondo..ovvero che abbiamo bisogno di essere massa critica consistente per portare un cambiamento significativo.

Da queste premesse possono nascere 4 differenti terreni di confronto.

  1. Vuoti e reazioni prodromi di un nuovo pensiero strategico di sviluppo economico e sociale fondato sulla relazione e la collaborazione. A fronte di una crisi che racconta del fallimento (non ancora per niente compiuto però) di una economia malata, molti si stanno organizzando a prescindere. In attesa di nuove situazioni di nuovo confortanti c’è in atto una reazione ai vuoti venutisi a creare. Una reazione che mette al primo posto la comunità, le relazioni collaborative, la densità relazionale.
  2. Un pensiero strategico che popone una diversa lettura del territorio. La visione del come operare deriva da una capacità di lettura del nostro contesto. Ma la lettura oggi può avere vari modelli interpretativi e soprattutto molteplici pezzi di società da guardare e da incrociare. L’idea che è più convincente è quella di mappare “relazioni e nuovi punti di agopuntura sociale” nel senso più ampio dei termini che arrivano proprio da quei soggetti e esperienze che nel punto precedente diciamo essere di chi si “organizza a prescindere”.
  3. Sviluppo e mutazione di un territorio passano da una nuova geografa sociale… più ricca. I punti di riferimento che sempre il terzo settore ha avuto oggi sono insufficienti (sempre che in un tempo precedente lo fossero stati). C’è una forte necessità di cambiare pozione ai ruoli, di disintermediazione, di orizzontalità, di presa di posizione diversa. Sono molti di più i potenziali soggetti che si occupano o si possono occupare di “sociale”. E sono molte di più le materie che riguardano il mondo del terzo settore.
  4. Fare networking territoriale finalizzato alla condivisione di un progetto di sviluppo e mutazione. In Italia da angolature e posizioni diverse possiamo notare una serie di “buone” prassi capaci di raccontarci modi collaborativi e di alta densità relazionale per fare networking. L’idea è di guardarli per capire come e cosa portare dentro le capacità di leggere un proprio e specifico contesto e promuovere sviluppo locale.
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