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L’ innovazione nei progetti sociali

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Ci sembra giunto il momento di ragionare un poco di innovazione. Di comprendere cosa possa significare questo sostantivo come caratteristica dei progetti sociali. Si tratta di un termine che troviamo ormai sempre, in ogni bando. Ogni progettista deve misurarsi con la “quantità” di innovazione che riesce a immettere nei sui progetti di intervento sociale.

Troviamo la richiesta di innovazione nei vari bandi per progetti e interventi pubblicati da Fondazioni, da autorità territoriali, da Centri Servizi, da soggetti che intendono promuovere un’azione sociale che essendo puntuale pone il tema dell’innovazione come pilastro fondamentale. E questo è un elemento abbastanza ovvio (anche se non necessariamente indispensabile). Ma leggiamo richieste di innovazione anche nei servizi in appalto e nelle gare pubblicate dalle amministrazioni locali per richiedere la fornitura di servizi territoriali, magari già presenti con quelle caratteristiche già da svariati anni.

Quindi, una richiesta continua e senza scampo, di innovazione. Una richiesta di produrre modificazioni, cambiamenti e miglioramenti che non si ferma mai e che costringe i produttori di interventi sociali a individuare sempre novità da mettere in gioco.

Beh, oggi vogliamo riflettere su questa rincorsa. Vogliamo chiederci quanto essa sia sensata ed appropriata. Vogliamo chiederci anche quanto vi siano le condizioni effettive perché venga realizzata in maniera opportuna e utile.

La prima domanda riguarda dunque la sensatezza. L’azione sociale si manifesta e si realizza su sistemi complessi e su problematiche che molto spesso hanno molte variabili e pongono la necessità di affrontare questioni articolate. Interventi multidisciplinari; professionisti con molteplici specializzazioni; manifestazioni non sempre evidenti e facili da comprendere; percorsi di intervento anche incerti e che procedono per approssimazioni successive… Un lavoro sulle persone, sulle relazioni, sulle fragilità che chiede quasi sempre tempi lunghi per determinare esiti di modificazione e di emancipazione dallo stato di bisogno. Esiti che molto spesso si conseguono grazie ad una sistematica e continuativa azione legata a progetti consistenti, meditati e perseguiti con tenacia ed attenzione.

Dentro a questa cornice, come spiegare cosa sia questa continua smania di innovazione? Non avete la sensazione che invece sarebbe opportuno fermarsi, leggere, comprendere e stabilizzare le metodologie e le modificazioni introdotte di recente, prima di andare a costruire ulteriore “innovazione”? Non vi sembra che spesso vi sia più un deficit di capitalizzazione dell’azione realizzata, che una immediata necessità di introdurre novità?

Da parte nostra, di mestieranti della progettazione sociale, abbiamo la sensazione che la reale innovazione sarebbe quella di fermarsi: cercare di leggere l’azione in corso e cominciare a capitalizzare la conoscenza acquisita. Capire in quale misura sia coerente con le fragilità che affronta e capire come fermarne e rafforzarne la solidità di intervento. Magari – soprattutto – confrontarci tra organizzazioni e attori sociali per ricostruire metodologie e impostazioni condivise. Quadri di intervento che in qualche modo si solidifichino in un processo che sia effettivamente conoscenza collettiva; modificare quell’azione sociale che spesso è molto debole metodologicamente e professionalmente destrutturata rispetto ai requisiti di intervento, dove ciascun attore ridefinisce tutto a suo modo.

L’altro pezzo della nostra critica alla smania di innovazione è che molto spesso questa è decisamente un grande bluff. Perché se da una parte è vero che siamo un settore dalle metodologie deboli e con una capitalizzazione alquanto debole, è anche vero che le pratiche e le risorse rimangono pressoché uguali a sé stesse e che i pilastri intorno ai quali girano le dinamiche di azione, sono invariati da lungo tempo. Pensiamo ad esempio all’intervento sulle disabilità, la cui struttura legata a prestazioni separate per ambito di azione (a scuola, a casa, nel centro, nel gruppo…) è invariata da circa trent’anni e continua ad essere proposta nelle gare di appalto degli enti locali a partire da tale separazione. Un settore nel quale si strutturano servizi a partire dalle tipologie di intervento invece che intorno ai problemi.

Qualunque manuale di design dei servizi ci insegna che l’innovazione giunge anzitutto dalla capacità di scomporre e riaggregare diversamente gli elementi già presenti. Giunge dalla possibilità di sottrarre parti e di modificare e aggiungere. Come è possibile davvero mettere in campo operazioni di questo tipo all’interno di tale parcellizzazione dell’azione di sostegno sociale? Come riesco a fare un ragionamento innovante a partire da un frammento invece che considerando il complesso? Come posso proporre innovazione quando l’oggetto su cui mi si chiede di ragionare è una prestazione e non un fenomeno? Se inoltre mi si chiede sempre di risparmiare, come primo criterio di scelta, e non di essere più efficace? In funzione di cosa innovare se non in relazione alla capacità di realizzare determinare maggiore emancipazione da bisogno per i beneficiari dei nostri interventi.

È vero che sta crescendo la stagione della valutazione dell’impatto, ma la sensazione è che le premesse rimangano poco coerenti

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