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Intervista a Enrico Euli

Enrico Euli

Questa settimana il testimone è Enrico Euli ricercatore di Didattica all’Università di Cagliari, dove ha insegnato Metodologie e tecniche del gioco, del lavoro di gruppo e dell’animazione e ha coordinato vari laboratori nel corso di Scienze delle Formazione primaria e ha pubblicato numerosi articoli e libri.

Scrive diversi libri come “Imparare dalla catastrofe. Guida galattica per sopravvivere al futuro” che è un kit di sopravvivenza per orientarci nella profonda crisi in atto e raccontare il presente, una pedagogia delle catastrofi per aiutarci ad assumere un atteggiamento resiliente e produttivo e nel suo ultimo lavoro “Fare il morto. Vecchi e nuovi giochi di resistenza.” descrive le società sferzate da un vento di catastrofe: crisi economica, cataclismi ambientali, militarizzazione crescente. Propone come soluzione per restare vivi, la nostra radicale, irrinunciabile decisione di “fare il morto”. Un gioco di desistenza e renitenza, dove impariamo a dire no a quel che il mondo ci presenta come unica forma di libertà e di vita e prova a imporsi come destino ineluttabile.

Enrico, Abbiamo voluto fare una chiacchierata con te in ragione della tua produzione letteraria sul tema della catastrofe che ormai data quasi quindici anni. Se seguissimo la moda, si potrebbe ragionare su una profezia, ma il punto dal quale vogliamo partire è quello della fase più recente della tua produzione, nella quale esorti a “fare il morto” come ormai unica reazione possibile all’approssimarsi della catastrofe. Come rileggi questo paradigma all’interno dell’attuale situazione?

Occorre anzitutto comprendere la situazione attuale che vede la piena realizzazione di un’azione di massima violenza come condizione sociale e individuale. In questi decenni si stava ormai evidenziando un cambiamento nella dinamica di auto-rappresentazione sociale che la violenza fa e vuole dare di sé ma questa è divenuto esplosivo nel corso della presente emergenza pandemica. La dinamica oppressiva si muove in una diagonale, tra aggressività ed empatia, presentandosi camuffata da “buona”, “compassionevole” ed “umanitaria”, assumendo quindi parvenze di cura e protezione (securitarismo), attenzione ai “bisogni e alle domande della gente” (populismo), ma realizzando attraverso queste forme apparenti le stesse istanze aggressive del passato, ed anzi accentuandone la violenza, in termini strutturali e culturali.

Nel soft power, l’oppressione ed il dominio vengono foucaltianamente determinati proprio attraverso i dispositivi della cura e della protezione. Questi si pongono come strumenti del controllo sociale e gestori di quelle stesse paure innescate proprio dalle scelte di coloro che si ergono simultaneamente a nostri protettori. Se questa analisi era già leggibile da tempo, in questi giorni è divenuta di una evidenza esplosiva. Si è creato un meccanismo di segregazione motivato dalla cura empatica per i cittadini in nome del quale siamo stati messi a regime di arresti domiciliari.

Infatti, dinanzi a tali potentissime dinamiche di mistificazione della violenza, la nonviolenza proporrebbe di agire sulla diagonale opposta, aumentando le nostre capacità di essere assertivi, sia in termini positivi (su quel che vogliamo realizzare) che negativi (su quel che non vogliamo e a cui non possiamo e vogliamo collaborare: resistenza passiva). È evidente come questa congiuntura abbia completamente bloccato ormai questo spazio di manovra, laddove ormai già da tempo qualunque prospettiva di azione nonviolenta era ormai nell’angolo. L’assertività non poteva essere agita perché subito classificabile come una azione minacciosa e ostile al resto della comunità: la passività era direttamente l’indicazione oppressiva del sistema di potere. Il campo era tutto occupato e nessuna azione sembrava possibile.

Dobbiamo considerare che già prima di questa emergenza ormai la dimensione assertiva ed empatica è stata assorbita e mercantilizzata dai social network, che procedono inavvertitamente alla digitalizzazione e virtualizzazione di relazioni sempre più post-umane; il richiamo retorico all’unità e all’amor di patria, al sovranismo quale nuovo e subdolo nome del solito vecchio nazionalismo, unito alla militarizzazione (statale e terroristica) dell’aggressione diretta, rivolta anche verso movimenti nonviolenti o almeno inizialmente pacifici, sempre inascoltati e non sostenuti quando non apertamente traditi.

Quel che ne risulta, inevitabilmente, è un’ulteriore passivizzazione delle moltitudini ed una crescente impotenza della politica; dobbiamo riconoscere la totale inutilità e inefficacia delle forme tradizionali di protesta ‘democratico-liberali’ (petizioni, cortei, scioperi autorizzati, manifestazioni). Il liberismo non se ne fa più nulla, né della democrazia né del liberalismo. Come già accaduto agli inizi del XX secolo, anche se in forme diverse, al momento opportuno virerà con ancor più decisione verso soluzioni autoritarie e totalitarie.

Scrivevo alcuni mesi fa che “quella che viviamo non è una semplice crisi o un’emergenza (come, nel consueto ritualismo negazionista proseguiamo a dichiarare, in una sorta di mantra illusoriamente esorcistico): è una vera e propria catastrofe sistemica”. Mi sembra che di fronte a questi due mesi di emergenza questo sia solamente molto più evidente.

Attenzione ai temi dell’animazione di comunità. Enrico, Come è possibile cercare occuparsi della costruzione di una comunità più solidale che in qualche modo superi la comunità del rancore? Questa operazione quanto è possibile oggi che sono ulteriormente rarefatti gli spazi di socialità? Come riuscire in questa operazione mentre si sta parlando di distanziamento sociale, quando invece più propriamente si dovrebbe parlare di distanziamento fisico?

Anzitutto, ironizzando, si potrebbe dire che il lavoro di animazione sociale è passato dalla sala di rianimazione dove già era (perché più che di animazione sociale, io parlerei di rianimazione sociale) alla fase palliativa. Il malato non abbiamo più possibilità di rianimarlo, abbiamo solamente possibilità di togliergli il dolore. Ma la cosa non mi sembra così interessante. Il malato è morto e questo è sicuro.

In questa situazione noi avevamo la possibilità di generare molte situazioni possibili. Ma queste soluzioni si sono lasciate completamente schiacciare e non hanno dato adito a possibilità. Se esistono esse sono semplicemente del tutto coperte; forse riemergeranno, ma se lo faranno succederà in forma completamente clandestina. Anche in università mi succede sistematicamente di avere i colleghi in accordo con posizioni di conflitto nei luoghi non ufficiali, ma quando ci presentiamo in assemblea o comunque nelle riunioni ufficiali, sono completamente schiacciati sulle posizioni del preside, quindi dell’autorità. Troppo spesso in Italia succedono meccanismi di questo tipo dove non c’è il coraggio di prendere posizioni significative.

In questi due mesi abbiamo visto una comunità completamente acquiescente e questo mi preoccupa soprattutto in relazione agli sviluppi futuri. In sostanza siamo in una dinamica di preparazione del totalitarismo. E questo avviene soprattutto da parte delle persone più formate intellettualmente, quelle più colte: c’è in sostanza quello stesso meccanismo che aveva raccontato la Arendt, in cui è l’intellighenzia del Paese ad essere la parte più acquiescente. Le strategie attuate dai governi europei, con l’eccezione di Germania e Svezia (almeno in parte), è stata quella di prendere atto che la comunità non esiste e quindi non possiamo fidarci del senso di responsabilità del cittadino. Però poi dall’altra parte, dopo averci chiusi in casa, ci si racconta che siamo responsabili e dal nostro comportamento dipende la salvezza.

Questo atteggiamento destruttura definitivamente le possibilità per una comunità di autoresponsabilizzarsi, perché ritorniamo ad un paternalismo dello Stato con una morale del sacrificio in cui siamo puniti o ricompensati a seconda di quanto ci sacrifichiamo. Tutte modalità che in questa dinamica premio/sacrificio non hanno nulla a che fare con la crescita educativa e sociale: sono anti-etiche. Se vogliamo una crescita della comunità sociale dobbiamo uscire da questo modello, ma la fase presente ci getta dentro tale modello dieci volte più di prima. In sostanza la comunità ha rivelato di aderire a questo modello o quantomeno di non riuscire ad opporsi. Un dato molto preoccupante. Sull’esistenza della possibilità di fare crescere una responsabilità sociale e quindi una comunità: la comunità è anzitutto una interdipendenza di tipo etico. E questo non appare affatto presente.

La definizione di comunità che viene fuori da questa vicenda è invece una definizione che vale solo come: comunità economica; comunità contro altre comunità. In sostanza è un’idea di guerra, cioè di comunità che si definisce in relazione al difendersi da un attacco esterno. Ne viene fuori un grande amore per la guerra e una grande guerra per l’amore. Torniamo così al tema della diagonale che avevamo accennato in precedenza. Cioè che fino a quando saremo incastrati in una morale di guerra che ci propini eroismi per amore; noi meglio degli altri; noi che ci proteggiamo dagli altri: quest’idea di comunità non è comunitaria.

Torniamo al paradosso della fraternità dove in tutte le mitologie i fratelli si sono sempre uccisi tra loro. Il tema non può essere quello della fraternità, ma deve essere quello dell’eguaglianza. Invece noi vogliamo la fraternità raddoppiando le ineguaglianze; il tutto dopo decenni di individualismo. Come possiamo in questo contesto pensare di fare comunità? Si tratta di una comunità ad uso e consumo dello Stato. Una comunità manovrata da apparentenza: non esiste appartenenza in Italia. Esiste una appartenenza apparente gestita eteronomicamente. Non autogestita; non viene strutturata autonomia di comunità.

Noi siamo dentro una retorica dell’intraprendenza personale dove però appena qualcuno prova ad essere davvero intraprendente, viene bocciato, dalla scuola fino al lavoro. Si tratta di pura retorica. Lo statalismo governamentale non può riconoscere né l’autonomia né la comunità perché non è in grado di riconoscere la differenza. Se pensiamo che Regioni diverse, età diverse, generi diversi, fasi di tempo diverse siano state trattate con un unico decreto fa capire che lo Stato non riesce a gestire la complessità e quindi non riesce a supportare le comunità. Perché io parlerei di comunità al plurale. La pluralità non ha niente a vedere con gli Stati. Non è più compatibile.

Se lo Stato fosse stato capace di fare un quadro di regole generali e poi affidare alle Regioni la possibilità di stringere e allargare, sarebbe stato un meccanismo più aderente ad un’ottica che sa riconoscere la pluralità. Viene invece posta comunque in essere una logica di premio/punizione la quale è basata su un calcolo che al momento non ha alcuna base scientifica proprio rispetto alle dinamiche attuali dell’epidemia. La sensazione è di una dimensione nella quale le indicazioni che ci vengono fornite non hanno una logica tanto volta a tutelarci, quanto una logica volta a soddisfare l’interesse dello Stato. E quindi vengono soddisfatti gli interessi di una tecnocrazia che ha deciso i tempi e le modalità del panico e che sta gestendo in maniera catastrofica la catastrofe.

Enrico, nella dimensione dei social si rimane in contatto con persone e figure varie. Nelle mie cerchie ci sono docenti e quelli che possono essere definiti intellettuali. Quindi tra persone che prima erano perfettamente in accordo e in sintonia sui macro-ragionamenti e le visioni, si sta verificando in questa fase una polarizzazione molto forte. Quindi da una parte Agamben che si espone sul tema della nuda vita, da un’altra parte altri che ragionano su totalitarismo… Altri ancora mettono in evidenza che se non c’è una salvaguardia della vita e della salute poi non si possono porre lotte e questioni di carattere sociale e democratico. Quella che prende il sopravvento è la malattia e la paura della stessa. Io trovo che in questa polarizzazione vi sono delle ragioni da entrambe le parti e preferisco non prendere parte e mantenere una posizione intermedia che soprattutto si interroga.

Io devo dire sinceramente che invece sono tifoso: e tifo per Agamben. Il richiamo alla paura della morte o all’opposto alla speranza di vivere se assecondi coloro che ti proteggono, è la stessa dinamica che si è realizzata nei confronti degli ebrei durante il nazismo. Gli ebrei portavano altri ebrei in mano ai nazisti con la speranza di sopravvivere. Il ricatto della minaccia di morte è l’anticamera del nazismo. E lo sarà anche questa volta. E noi faremo i kapò. Gli intellettuali di cui parli e che sottovalutano i problemi che Agamben propone, alla luce del fatto che “primum vivere deinde philosophari” è la tipica posizione ignava dell’intellettuale che non fa i conti con la storia. La mia posizione è quindi netta. In quanto ascolto ciò che è già accaduto e ascolto ciò che gli uomini fanno sotto il ricatto della paura. Noi oggi abbiamo vissuto una paura che non ha a che fare con il virus il panico non è stato creato dal virus, ma dalla gestione catastrofica del contagio che è in realtà il vero problema con il quale ci siamo confrontati. Se le persone non fossero sottoposte a sanzione, molti uscirebbero: non hanno paura del contagio hanno paura delle sanzioni.

Hanno paura di stare dentro un regime al quale non puoi più opporti. Lo stesso osservo nell’università dove se provi a criticare le lezioni on-line, sei un reprobo. È l’apertura stessa del conflitto che quest’oggi è un crimine. L’idea è che se non apri conflitti adesso, ti salverai: ma la storia insegna che non va così. Personalmente in questo conflitto sono iper-radicalizzato; Agamben dal mio punto di vista ha sbagliato a sottovalutare e negare il contagio, nelle sue prime lettere. Ma c’è da considerare che in quella fase eravamo tutti un poco sottovalutanti, anche gli stessi governi tendevano a sottovalutare.

Enrico, osservo comunque che una serie di cose succedono e vale a dire che ci sono una serie di interventi di solidarietà che il territorio o quantomeno alcune realtà territoriali producono. Una serie di interventi che agiscono fuori dal meccanismo istituzionale. Cose che nel piccolo tentano di mantenere un profilo di attenzione sociale e solidale.

Secondo me il modello è iscritto nel modello di cura dello Stato anche se viene agito in maniera apparentemente autonoma. Anche la Chiesa agisce autonomamente. Se la nostra attività è principalmente di carattere solidale, perché non tornare a farlo all’interno del mondo della Chiesa? Dovremmo smettere di fare solidarietà, per fare arrivare il Paese al limite estremo. Non dobbiamo più continuare a tappare le falle: lo scafo non c’è più. Il tutto a meno che non vogliamo essere collusi; animati dalle migliori intenzioni, che non sono in discussione. In discussione c’è l’effetto compensativo che noi realizziamo.

Per arrivare a costruire un altro mondo dobbiamo riuscire ad azzerare questo. Questo mondo non è più riformabile: va destrutturato, svuotato, va fatto fallire più rapidamente possibile. Perché almeno saranno le nostre generazioni a pagare questo fallimento: siamo stati noi a determinarlo e è giusto che siamo noi a pagare. Altrimenti stiamo rinviando su chi non l’ha costruito e non ha fatto nulla: una generazione di poveri sdraiati che si troveranno nella terza guerra mondiale senza nemmeno sapere dove sono finiti. Non è giusto. È giusto che acceleriamo e che paghiamo noi.

La catastrofe arriva; la questione è che noi continuiamo a non vederla e rimuoverla, con la conseguenza che la gestisce la destra. Perché la destra che finge di credere allo sviluppo, in realtà crede già alla catastrofe e la usa come fattore economico.

La catastrofe c’è: dobbiamo attraversarla e provare a uscirne a partire da idee nostre. Se invece facciamo finta che non sia così e continuiamo a costruire ipotesi di mutuo soccorso, continueremo a stare nell’angolo. Ma non proviamo a sostenere che questo aderisca ad una idea di cultura laica, la quale ha invece completamente fallito e di fatto non esiste più se non nella dimensione di una cultura tecnica che oggi si manifesta nella dimensione della sanità. Ma non si tratta di un valore etico. La solidarietà non è un valore di sinistra è cattolicesimo solidale, è Leone XIII.

Dobbiamo assumere la questione ecologica come centrale. Perché questo virus ha direttamente a che fare con la questione ecologica. Ma la questione è che non abbiamo una cultura ecologica. Perché abbiamo una cultura cattolica o marxista, ma queste non sono culture ecologiche in quanto hanno lavoro e produzione al loro centro; invece lavoro e produzione debbono diventare marginali nella nostra vita. È necessario un processo di cambiamento delle premesse profonde. Dobbiamo catastrofizzare le nostre ideologie e ripartire da zero.

D’accordo Enrico, ma tutto questo nella pratica come si agisce?

L’ipotesi che io faccio è che dovremmo disattivarci ulteriormente. Però in forma attiva e pubblica. Non collaborare, lasciando che il sistema imploda e accelerando l’implosione. Noi dobbiamo aiutare questo sistema a implodere. Non credo a forme di attivazione; credo a forme di disattivazione dichiarata. Quindi ad esempio nei nostri luoghi di lavoro dovremmo fare altre cose. Nella nostra vita quotidiana non dovremmo fare cortei o petizioni: li facciamo perché non agiamo la non collaborazione nella vita quotidiana. Su questo ci vorrebbe un movimento di discussione che in effetti non c’è. Ci sono idee in giro su cosa fare e come agire questa disattivazione attiva, ma non sono movimento. Per me è sempre preservare la possibilità di scelta: se in una situazione – come quella attuale – non c’è possibilità di scelta, non si tratta di una situazione etica, quindi diffido.

Qualunque situazione è migliore di quella in cui il dilemma viene sciolto a partire da una assenza di alternative. Quindi se sei dentro un modello di assenza di alternative, qualunque azione tu faccia, compreso quella di aiutare gli altri, è dentro quel modello e lo rafforza. Quindi noi dobbiamo essere capaci di interferire sul modello, non sul quadro; sulla cornice non sul quadro. Il nostro quadro è perfetto, ma la cornice è in mano ad altri: dobbiamo riprendere a negoziare sulle cornici. Dobbiamo uscire dalle soluzioni che abbiamo tentato finora in quanto non ci hanno portato da nessuna parte. Le ONG devono chiudere; la cooperazione sociale non ha senso; la cooperazione internazionale è un bluff. Questo riguarda anche l’università in cui lavoro: si tratta di baracconi ormai completamente inutili rispetto a quanto stiamo dicendo.

Mi dispiace se vi appare che questi contenuti siano troppo netti o troppo estremi, ma si tratta del mio pensiero e alla fine se mi vengono fatte delle domande vi dico quello che penso.

Certo Enrico, intervistando un catastrofista sicuramente non contavamo di portare a casa un messaggio di speranza.

La speranza in realtà può nascere, ma attraversando la disperazione. Noi invece vogliamo usare la speranza in maniera preventiva per superare la disperazione.

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