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Intervista a Carlo Andorlini: #testimoni

Carlo Andorlini #testimoni
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Abbiamo deciso di incontrare (virtualmente, ovvio) alcune persone che stimiamo e che fanno parte un poco del nostro percorso. Persone che abbiamo incrociato lungo le nostre strade e che sono per noi fonte di ispirazione rispetto allo sguardo che hanno sulla realtà; persone che ci aiutano a comprendere e leggere quello che abbiamo intorno e a mantenere una direzione che sia sempre curiosa e connessa col senso del nostro lavoro di operatori sociali e quindi di ricercatori sociali.

Primo tra questi è stato Carlo Andorlini. Carlo dal 2008 al 2013 coordina per la Regione Toscana “Filigrane”, il primo sistema per le politiche giovanili, e poi il programma “Giovanisi”. Dal 2014 si occupa di formazione e consulenza nel noprofit e nel Pubblico in tutta Italia sui temi dell’innovazione sociale e dei sistemi collaborativi. È impegnato sul tema dell’economia civile e per questo sostiene i processi di creazione dei distretti dell’economia civile. Quindi con il distretto dell’economia civile di Campi Bisenzio, è un animatore del Festival dell’economia civile che ha già conosciuto 4 edizioni.

#testimoni


Carlo, anzitutto raccontaci come si sta svolgendo questa lunga fase di isolamento e distacco sociale.

Ho approfittato per rileggere cose scritte di recente e ho scoperto che molte cose sono davvero attuali. Sto dedicando molto tempo a pensare e dare profondità. Abbiamo un nostro mondo che si affida a grandi modelli costanti e si è smesso di rileggere la realtà e la nostra attività. Ci si affeziona ad un modello per sopravvivere (ottenere finanziamenti, etc.) però questo impedisce di mettere le cose in discussione.

Avevo sempre avuto la sensazione di essere marginale e non raggiungere mai il centro delle questioni; stare sempre di lato e poco nel flusso delle cose rilevanti. Invece nella rilettura di questo periodo mi sembra che non sia così. Mi sembra che mai come adesso, quello che ho sempre ritenuto importante sia davvero centrale.

E come cogli Carlo, questa nuova centralità?

Partirei dalla domanda su come esce il lavoro sociale da questo momento?

  1. Incredibilmente CENTRALE (nelle relazioni)
  2. Da ripulire (obsolescenza di alcuni servizi e dispositivi, che dovrebbero avere caratteristiche di: temporaneità – non precarietà e flessibilità)
  3. Di interlocuzione locale

Emerge come centrale la soluzione dell’economia di vicinato con capacità di stare in mezzo ai cittadini e ai bisogni. Un luogo di relazione sarà un luogo straordinariamente importante. I nostri servizi hanno quasi sempre il limite di non essere flessibili, non temporanei. Questo perché non sono davvero inseriti nel contesto: non comunicano in maniera piena con la dinamica sociale. Il lavoro sociale deve essere governato necessariamente in una dinamica comunitaria. Il lavoro sociale deve essere un lavoro di interlocuzione locale.

Vediamo la presenza di un volontariato esplosivo che è venuto fuori in questa fase. L’esplosione di modelli di risposta da parte dell’economia di vicinato. Con soluzioni che sono impressionanti. Si tratta di un patrimonio che in qualche modo non deve essere perso e che dobbiamo essere capaci di catturare.

Sono presenze che torneranno quiescenti, che non dureranno ma comunque non dobbiamo perdere l’occasione di intercettarne e catturarne una parte.

Quindi Carlo, come l’impresa sociale può affrontare questa situazione?

Con più capacità. E con la costruzione di competenze più ampie. Non è più possibile avere competenze solo sociali ma è necessario integrarle con competenze trasversali (economiche, ambientali etc..) che accrescano la nostra capacità di fare progettazione sociale responsabile. Si esce da questo momento con delle necessità in più; vale a dire con delle competenze che non devono essere solo di carattere sociale e che non colgono solo bisogni di carattere sociale. Abbiamo adesso un tempo nel quale come terzo settore dobbiamo essere centrali e non relativi.

Dobbiamo entrare in un approccio di sfida. Avere la sensazione di essere più forti (fatta salva la questione di tenere salda l’occupazione).

Occorre tornare a ragionare di formazione alla progettazione sociale e in particolare a parlare di progettazione sociale responsabile. Occorre cambiare il modo di progettare; ci attende una stagione particolarmente significativa di progettazione sociale. Il tema della sensibilità e coerenza complessiva in termini ambientali, economici, sociali, dei diritti all’interno di una visione vera e ampia di giustizia sociale e di attenzione ai marginali. Considerare sempre come ci rapportiamo all’economia intorno a noi; nelle nostre azioni come nei nostri progetti.

Dobbiamo smettere di parlare di resilienza di fronte a questa vicenda. Dobbiamo porci il tema dell’antifragilità così come ce lo propone Taleb. Dobbiamo cioè divenire organizzazioni che in dinamiche di crisi e di forte cambiamento, divengono capaci di crescere e rafforzarsi. Di apprendere e di consolidare competenza e connessioni.

Dobbiamo quindi essere capaci di garantire lavoro dobbiamo smettere di guadagnare poco e dobbiamo porre il tema della retribuzione degli operatori sociali. Il terreno dello sviluppo locale deve essere un terreno che ci riguarda. Dobbiamo costruire progetti e azioni che si rapportano con gli attori economici della nostra città. Dobbiamo cercare di costruire – anche nella dimensione economica – proposte che si occupano di territorialità, di concatenazione e di attenzione comunitaria.

La questione è che manca un atteggiamento del coraggio il rischio è quello di essere troppo preoccupati di stare al mondo. Occorre ora che almeno per il 50% sia centrata sul coraggio sul mutamento sull’innovazione. Il coraggio ha a che fare con la dimensione piccola. Molte delle cose che succedono ora rimarranno anche nel futuro.

E che tipo di comunità viene fuori, Carlo? Che lavoro con la comunità?

C’è una evidente necessità della sostituzione semantica tra il concetto di rete e quello di coalizione. Di reciprocità. Di ingaggio comune. Domandiamoci se la comunità di adesso è la stessa di due mesi fa? O almeno il concetto rimane lo stesso? Il terzo settore che non registra i pezzi positivi di ingaggio nel proprio territorio sta un po’ perdendo. Dobbiamo diventare capaci di lavorare sulle oscillazioni di coinvolgimento e di interesse.

Quindi si pone la necessità di lavorare su una dimensione di formazione culturale. La necessità di recuperare la dimensione di fragilità e di vicinanza alle persone senza elementi di giudizio. Il regime dei processi di innovazione civica e quindi di protagonismo socio ambientale in questa situazione sta davvero facendo la differenza. La cooperazione sociale deve concepirsi davvero come una cooperazione di comunità. Deve relazionarsi con una organizzazione che è quella dei Comuni e che per me in termini relazionali delle dinamiche di intervento è il luogo naturale come rapporto forte e rilevante da un punto di vista locale.

La comunità dipende da dove la guardi. Se per me l’unità di misura della comunità è l’Ente Locale. Occorre ripartire da lì, agire su quella misura, altrimenti ci si perde. E l’impressionante risposta positiva delle persone ci aiuta a concentrarci su quello che possiamo fare in quella misura.

Gli interessi oscillano, finiscono. Dobbiamo capire come catturare questo patrimonio: dobbiamo cogliere la potenzialità di quello che emerge ma poi finisce. Non dobbiamo pretendere – come sempre si fa – una costanza che non può esistere; ma tutto questo ci dà la misura della forza solidale di riserva che esiste. Dobbiamo affiancare i protagonismi del sociale a quelli locali, economici, anche profit. Tenere acceso il motore di coloro che si sono attivati in questi giorni non succede trascinandoli nel post emergenza, ma sono contenitori culturali che possono veicolare una comprensione, una sensibilità.

Dobbiamo registrare i pezzi positivi di quello che si muove sul nostro territorio, mapparlo! Se non lo stiamo già facendo stiamo facendo male il nostro lavoro.

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