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Genitori in rete… o in trappola?

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Come se non bastasse tutto il resto, è arrivato anche internet a rendere più complicata la vita dei genitori! E con internet i social network, gli smartphone, le chat…

Nei primi anni di vita di questo nuovo mondo digitale, l’attenzione è stata tutta centrata sui ragazzi e sui pericoli che correvano: adescamenti e truffe, prima, cyberbullismo e dipendenze oggi.

Ultimamente, poi, comincia a far capolino il tema di come i genitori tutelino (o meno) la privacy dei propri figli più piccoli nella rete, tema che abbiamo affrontato nel nostro articolo Social media e genitori. Basta fare una veloce ricerca per trovare decine di articoli ed interventi che danno suggerimenti per un uso consapevole di internet e dei social, app da scaricare per controllare gli smartphone degli adolescenti, opzioni da spuntare nel capitolo “Gestione privacy” del social di turno e qualche consiglio che invita a condividere la navigazione coi figli, almeno i più piccoli.

Genitori ed adulti in genere dichiarano, anche on line, che “il figlio è sempre al primo posto”, che “deve avere il meglio”, “che lui/lei è tutta la mia vita”, che i bambini “vanno protetti ad ogni costo”. Usano i propri profili per raccontare a tutti le piccole vicende quotidiane dei figli: non solo i primi passi o la foto del primo giorno di scuola, zaino in spalla, ma anche cacche, febbri, bagnetti. Riempiono la propria rubrica di gruppi Whattsapp per ogni contesto di vita del figlio: classe, gruppo di catechismo, squadra di pallavolo, etc. scambiandosi ogni tipo di informazione, dubbio, critica (sugli adulti di solito, al massimo sui figli degli altri).

Basta infatti connettersi un momento per assistere a scene come queste:

  1. GIF che esclamano: “Condividi se anche tu hai una figlia (o figlio o nipote) meraviglioso!”

Perché questa retorica (che riecheggia un po’ Cornelia, madre dei Gracchi)? Perché abbiamo bisogno di dire a tutti che troviamo meravigliosa la nostra creatura? E davvero la troviamo così meravigliosa? Sempre? Sicuri sicuri?

Se qualcuno rispondesse di sì, starebbe mentendo. E starebbe semplificando un rapporto tra i più complessi al mondo: quello tra genitori e figli, che è fatto, certamente, di molto amore, ma anche di molta ambiguità e di sentimenti negativi. Rabbia, frustrazione, insoddisfazione, stanchezza, talvolta gelosia. Nessun rapporto è perfetto, nessun figlio e nessun genitore lo sono. Ma è proprio l’incontro di queste imperfezioni a rendere così affascinante la loro relazione, perché chiede di rimettersi continuamente in discussione (non solo come genitori, ma anche e soprattutto come persone), chiede di essere autentici, chiede di essere comprensivi (verso l’altro e verso sé stessi) e di saper ricominciare. Chiede di crescere insieme.

  1. Foto di neonati e bambini piccolissimi postati su tutti i social in tutte le condizioni di vita

Perché? Perché sentiamo il bisogno di mettere in piazza (perché la rete È una piazza!) i nostri figli? Perché non possiamo goderceli nell’intimità dei nostri spazi, immortalare gesti ed espressioni da condividere soltanto con persone che siano per loro importanti? Abbiamo forse bisogno dei “Bellissimo!” e degli svariati cuoricini e faccette sognanti dei nostri follower per essere certi che c’è qualcosa di unico e di meraviglioso in ognuno dei nostri figli?

I bambini costruiscono la propria identità e il senso del proprio valore attraverso l’esperienza della cura, dell’intimità, del rapporto personalissimo che sviluppano con ognuna delle proprie figure di riferimento. Spargere la loro immagine ai quattro venti ci sembra invece che li allontani da noi, rendendoli un oggetto/trofeo da mettere in mostra, come se il loro valore fosse proporzionale al numero di like e di commenti positivi che le loro foto raccolgono.

  1. Post del tipo: “La mia vita sei tu, figlio mio”

Sempre più spesso, ce lo dicono molte statistiche, i figli sono figli unici, arrivano più tardi, rispetto al passato, nel percorso di vita dei neo genitori, di solito per una decisione consapevole e ponderata e, sempre più spesso, dopo alcune (o molte) difficoltà. Questo li mette al centro di una gamma enorme di emozioni, bellissime, per lo più, ma anche pericolose. Perché mettere il figlio al centro della propria vita significa spostare sullo sfondo tutto il resto (a volte anche sé stessi); significa dare a quel figlio la responsabilità e il compito di fornire un senso alla nostra esistenza, col pericolo di sacrificare a questo legame la possibilità di una vita piena ed autonoma per entrambi (genitori e figli).

Se le lotte per l’emancipazione femminile avevano cominciato a slegare la realizzazione delle donne dalla presenza di un marito al proprio fianco, questo investimento estremo sui figli rischia di sostituire il principe azzurro con il “bebè azzurro”, togliendo di nuovo a noi adulti (soprattutto alle madri, ma non solo) la responsabilità della nostra realizzazione personale.

  1. Gruppi Whattsapp di genitori per ogni attività dei figli: scuola, sport, catechismo, etc.

C’è stato un tempo in cui le attività fuori dalla famiglia erano uno spazio di esperienza e di relazione “di proprietà” dei bambini e dei ragazzi, uno spazio in cui imparavano ad autogestirsi, ad affrontare le relazioni, non sempre facili, con i coetanei e con gli adulti. Uno spazio in cui ci si misurava, anche, con ingiustizie, prepotenze, prese in giro, responsabilità. Tutte cose che portano con sé fatica, frustrazione, a volte dolore. Ma, quando le si affrontano e le si superano, regalano orgoglio, successo, senso di autoefficacia, resilienza, maturità.

I gruppi Whattsapp dei genitori stanno togliendo ai figli tutto questo, in vista di un supposto bisogno di protezione a tutti i costi. Che altro non è se non un modo molto elegante di dire ai nostri figli che sono degli incapaci e che tali vogliamo che restino.

Qualcuno ha detto, un tempo, che il primo passo per risolvere un problema è porsi le giuste domande.

E in questo caso forse la domanda giusta è: “E se il problema non fosse internet?” Forse la rete, con la sua capacità di amplificare a dismisura, funge semplicemente da lente di ingrandimento di una serie di atteggiamenti che caratterizzano il rapporto tra genitori e figli non solo (e non tanto) nel contesto del mondo digitale.

La domanda, quindi, diventa: “E se il problema non fosse internet, ma fossimo noi adulti?

Noi che ci dimostriamo, anche attraverso internet, incapaci di affrontare l’incertezza dei loro spazi di autonomia (perché gli spazi di autonomia prevedono anche l’errore!)?

Se fossimo noi quelli che non si sentono abbastanza apprezzati da aver bisogno del riverbero dei complimenti fatti alla nostra bambina?

Se fossimo noi quelli non in grado di sostenere la sconfitta di un brutto voto preso dal nostro pargolo?

Se fossimo noi quelli incapaci di gestire sentimenti complessi ed ambivalenti, per cui abbiamo bisogno di sbandierare a tutti le nostre solide qualità genitoriali?

Se il problema fosse che abbiamo completamente travisato i diritti dei bambini e scambiato le nostre paure per il loro bisogno di protezione?

Se non avessimo ancora capito che i nostri figli non ci appartengono, poiché non sono degli oggetti, delle proprietà, ma delle persone, persone intere, dotate di identità, di competenze, di volontà.

Certo, persone in crescita e inesperte del mondo e delle cose, ma persone complete, il cui compito non è certamente quello di rispondere alle nostre aspettative, ma di vivere e diventare il meglio di loro stesse.

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