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Fondi comunitari a intervento sociale: riflessioni (seconda parte)

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La scorsa settimana abbiamo offerto una panoramica sintetica dei fondi comunitari finalizzati alla realizzazione di sperimentazioni sociali (articolo). Ovviamente una sintesi estrema che si prefigge solamente di introdurre alcuni elementi di criticità. Nessuna pretesa di essere esaurienti e tanto meno di offrire una guida più o meno sistematica alla individuazione degli opportuni fondi comunitari.

Ci preme però di completare il ragionamento, offrendo qualche spunto di riflessione sull’approccio con il quale conviene accostarsi in questa fase a tale risorsa. Niente che in realtà non sia già vero da tempo, ma proprio in ragione di quella panoramica, in questa fase, è ancora più importante tenere conto di queste indicazioni se si vuole avere qualche possibilità di successo.

La prima regola e la più importante è quella che non ha senso partire dalla fonte dei finanziamenti comunitari. È fondamentale che il nostro progetto prenda piede dal problema; nemmeno dall’idea di intervento, ma proprio dal problema o dal bisogno sociale rispetto al quale intendiamo costruire un’ipotesi di azione. Si tratta di una verità banale, ma vale la pena di sottolinearla in quanto è quasi sempre disattesa. Ancora troppo spesso la richiesta che giunge al progettista è del tipo: è uscito il bando tal dei tali sul tema talaltro, riesci a confezionare un qualche tipo di progetto che porti a casa un finanziamento?

Ecco, proprio non ci siamo. E non ci siamo per vari motivi che andiamo a descrivere.

Dicevamo dunque che si parte dal problema. Una volta individuato e ben definito (nel processo di definizione entra dentro in maniera importante il raccogliere la percezione di tutti gli stakeholder implicati con esso) andiamo a costruire delle ipotesi di intervento che devono necessariamente tenere conto di molte variabili. Dobbiamo ben comprendere il contesto in cui tale problema è situato, quali vincoli esso pone e quali elementi di opportunità nasconde. Dobbiamo comprendere quali sono i soggetti implicati, gli interessi che portano e le possibili alleanze da mettere in gioco. Dobbiamo co-definire obiettivi, risultati, impatti che intendiamo determinare e quali sono le azioni e gli strumenti che possiamo/vogliamo mettere in gioco. Dobbiamo comprendere quali siano i processi di valutazione e monitoraggio e come renderli efficaci rispetto al governo progettuale.

In sostanza occorre costruire un lungo processo di progettazione che vada ad individuare il percorso più efficace per avere successo; un percorso che deve garantirsi l’adesione di quanti più attori possibili alla sua realizzazione. Ma tale progettazione deve avere evidenti caratteristiche di flessibilità. Le deve avere per due differenti motivi. Da una parte i processi di intervento sociale agiscono su contesti che presentano tantissime variabili complesse, né del tutto governabili, né prevedibili; per affrontarle occorre che ci siamo dati una struttura di intervento estremamente elastica e capace di modificarsi sistematicamente. In secondo luogo – e in maniera più pertinente a questo post – occorre che una volta definita la struttura progettuale e solamente a questo punto, andiamo ad analizzare le potenziali fonti di finanziamento. Ed è a questo punto che tale flessibilità ci fa gioco per riuscire a spremere e stirare la progettazione in modo da farla entrare nell’avviso di finanziamento che abbiamo individuato.

In sostanza quello che diciamo è che non esiste una progettazione europea, ma che esiste una progettazione e poi un processo di individuazione e acquisizione di risorse finanziarie per renderla cantierabile. Tra queste risorse vi sono quelle messe a disposizione dai Fondi Comunitari. Ma sono in buona compagnia di tutta una serie di altre possibili fonti: fondi regionali e nazionali; fondazioni varie; attività di fund raising presso i cittadini; sponsor e soggetti di impresa disposti a finanziare e sostenere l’iniziativa. Con questa mentalità siamo in grado anche di metterci a cercare non solo soldi, ma anche impegno di lavoro, tempo, mezzi, strumenti, sedi di progetto e quant’altro è possibile acquisire da contributi esterni.

Perché quello che non dobbiamo mai dimenticare, sono alcuni elementi di “filosofia” dell’intervento comunitario. Esso si pone come sussidiario di un’azione che viene anzitutto individuata come necessaria e opportuna da parte della partnership progettuale. Inoltre pone in maniera forte l’elemento della sostenibilità: vale a dire che pone la questione, una volta finiti i miei soldi tu come fai ad andare avanti? Infine ha una chiara finalizzazione verso la trasferibilità e la scalabilità del progetto. Appare quindi evidente che se queste sono le premesse del finanziamento europeo, non possiamo cercare di “catturarlo” in maniera episodica e fine a sé stessa. Andremmo a utilizzare uno strumento non pensato per fare quel lavoro. Come troppo spesso succede.

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