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Fondi comunitari e intervento sociale: riflessioni (prima parte)

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Possiamo guardarla da differenti punti di vista, ma sicuramente una conclusione che possiamo condividere è che i tempi sono molto cambiati rispetto ad alcuni anni fa. “Catturare” finanziamenti comunitari per realizzare progetti a carattere sociale è divenuta nel tempo un’operazione sempre più complessa e improbabile. Vari i fattori che hanno determinato questa condizione. Proviamo a capire quale sia il panorama e cosa sia successo esattamente.

Anzitutto emerge come si siano progressivamente ristretti i canali di intervento in ambito sociale da parte dell’Unione Europea: la sensazione è anche che in qualche modo si sia sfilacciata una unitarietà di politiche sociali che veniva perseguita nelle precedenti programmazioni. I documenti comunitari hanno definito una serie di obiettivi generali e condivisi, ma le modalità per perseguirli sembrano consolidarsi su percorsi anche molto differenti. Da un punto di vista macro, crediamo che siano state due le spinte che hanno determinato questo processo: l’estremo allargamento dell’Unione, che ha coinvolto Paesi con situazioni di intervento sociale estremamente differenti, con una sempre maggiore improbabilità a condividere politiche comuni; la crisi economica iniziata nel 2007 ha prodotto guasti sociali di portata enorme, accendendo emergenze prima non così evidenti e bloccando l’attenzione verso l’innovazione dei sistemi di welfare. Tra l’altro la risposta a questa crisi economica e sociale è stata molto differenziata da parte dei diversi stati nazionali, anche perché differente è stata la penetrazione della crisi e la reazione che è stata messa in campo. In qualche modo gli investimenti sulle opportunità di amalgamare l’innovazione tra i differenti Paesi, sono stati sempre meno giustificabili, mentre la forbice via via si allargava.

A tutto questo bisogna anche aggiungere i risultati delle varie valutazioni sulle progettazioni realizzate nelle precedenti programmazioni, le quali non hanno sempre dato risultati soddisfacenti; hanno spesso dimostrato che i fondi comunitari hanno consentito sperimentazioni anche interessanti, ma che troppo frequentemente morivano nell’esatto momento in cui finiva il finanziamento comunitario, dimostrando una scarsa capacità di attivazione di risorse endogene e di reale sostenibilità. In sostanza i soldi dell’Unione drogavano il sistema senza che esso si dimostrasse capace di utilizzarli come un catalizzatore che facesse decollare una reazione locale. Anche la scalabilità e la replicabilità delle esperienze ne risentiva e tutto questo sembrava costruire dei progetti che in sostanza rimanevano fine a sé stessi. Ovviamente non sempre è stato così e molte prassi sperimentate all’interno di programmi comunitari sono poi divenute comuni nelle politiche sociali di tutti i giorni, ma questo è successo troppo poco spesso.

Non bisogna poi dimenticare l’emergenza determinata dalle migrazioni. Essa ha avuto due effetti: da una parte ha richiamato una grande attenzione nell’opinione pubblica e nella classe politica europea, distogliendola dalle problematiche sociali interne e quindi anche relegandole in secondo piano nell’agenda politica; ha determinato in alcuni paesi la costruzione di assetti di intervento intorno a questo tema (il fenomeno è particolarmente evidente in Italia) modificando gli assetti di intervento sociale e costruendo, in alcuni casi, un assetto di intervento parallelo e specializzato nell’accoglienza dei rifugiati. Una evenienza che andrebbe maggiormente approfondita rispetto anche alle conseguenze che determinerà quando l’emergenza umanitaria in qualche dovesse calare o arrestarsi.

Cosa vediamo quindi nell’ attuale configurazione dei finanziamenti che in qualche modo fanno capo ai Fondi Comunitari? Qualche cenno molto veloce e generale che chiaramente andrebbe approfondito rispetto a ciascuna voce.

  1. I programmi a diretta titolarità dell’Unione hanno posto maggiore attenzione su due canali: la mobilità e quindi la costruzione di esperienze da parte delle persone nei diversi paesi; la realizzazione di progetti prevalentemente su livelli macro (a livello statale prevalentemente).
  2. In particolare i programmi in ambito sociale, sono stati modificati con una finalità di agire sui macro-sistemi e sulle politiche nazionali o quantomeno regionali e non hanno più offerto interventi localizzati, sui problemi dell’occupazione e della sostenibilità socio-economica locale, nonché sull’innovazione delle politiche di welfare, tramite sperimentazioni dal basso.
  3. Lo stesso processo ha conosciuto anche la cooperazione territoriale la quale ha conosciuto sia un progressivo restringimento delle risorse disponibili rispetto alla precedente programmazione, nell’ambito delle politiche di coesione, sia la collocazione su progetti di dimensione sempre più macro. Macro sia per le autorità coinvolte, sia per l’ammontare economico. Anche qui le priorità di coesione sociale hanno progressivamente lasciato spazio ad altre politiche e priorità; pensiamo a quelle ambientali, energetiche, infrastrutturali e anche al tema della digitalizzazione dei territori e dei sistemi.
  4. I programmi nazionali – quantomeno in Italia – hanno visto due processi che ci sembrano evidenti (siamo a metà 2017 e quindi due anni e mezzo dopo l’avvio della attuale programmazione): un generale spostamento dell’utilizzo dei fondi per rispondere all’emergenza delle povertà determinata dalla crisi economica e quindi anche una minore disponibilità per i programmi di innovazione sociale; un enorme e generalizzato ritardo nell’intervento e quindi una generale scarsa disponibilità di fondi rispetto alle previsioni.
  5. Fenomeni simili si stanno verificando rispetto alla applicazione dei diversi Programmi Operativi Regionali (POR) sia dell’FSE che del FESR i quali oltre che scontare enormi ritardi nella attuazione dei programmi e nella spesa delle risorse, stanno spostando gli interventi verso politiche assistenziali e poco riescono a proporre sulla costruzione di progettazioni innovative.

Tutta questa fenomenologia si è realizzata in un contesto in cui sempre più soggetti si sono attrezzati ed hanno fatto conto sui fondi comunitari e quindi ogni singolo bando o avviso vede una concorrenza enorme e possibilità sempre più ristrette di successo da parte della singola organizzazione.

Rispetto a tutto questo, nella seconda parte faremo un ragionamento su che tipo di progettazione sarebbe utile orientarsi in tale contesto.

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