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Le definizioni, i significati, le pratiche dell’ abitare: uno studio di caso

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“Nuove idee di abitare”, questo è il titolo proposto dall’Agenzia Res per parlare di un oggetto che ha ancora ampi margini di evoluzione. Provo a ragionarci utilizzando tre passaggi: quello della definizione terminologica, quello dei significati e quello delle pratiche.

Le definizioni – Abitare; co-abitare; housing; housing sociale, abitare collaborativo… queste sono solo alcune delle definizioni con le quali si cerca di pensare un nuovo modo di abitare. Fosse solo un problema di termini ci si potrebbe accordare per trovare una mediazione che accontenti tutti. Il fatto è, in realtà, che i significati dietro alle parole sono ben differenti l’uno dall’altro, a volte non sono neanche sufficientemente chiari.

I significati – Il baseline dei vari modelli a mio avviso si fonda su due elementi: l’abitare e il facilitare, a seconda di come si combinano questi elementi si sviluppano i diversi sistemi ad oggi in uso in Italia, dai più semplici ai più innovativi e lungimiranti. Provo a fare degli esempi individuando tre tipologie di intervento a mio modo rappresentative della varietà e ricchezza delle esperienze in corso.

La prima è rivolta a persone svantaggiate che non hanno un tetto e, momentaneamente, nessuna risorsa economica, personale e sociale per poterlo avere in autonomia, in questo caso si facilita la possibilità di poter risiedere in un luogo. La seconda tipologia di intervento è rivolto a soggetti che, sostenuti attraverso mediazioni economiche specifiche in un sistema di garanzia protetto, hanno risorse per acquistare una casa e cercano una forma molto basica di gestione collaborativa. La terza tipologia di intervento prevede un progetto co-abitativo pensato come luogo e spazio che produce capitale sociale, riformula l’idea di solidarietà trasversale, media conflitti, utilizza la tecnologia per connettersi, riduce l’isolamento sociale, produce insomma, dal basso, un nuovo modello di welfare.

Le pratiche – Nelle pratiche si gioca l’attuazione più o meno virtuosa di un nuovo modo di abitare. Se la proposta di housing sociale per le fasce estremamente svantaggiate, utilizza metodologie più o meno conosciute e validate di supporto assistito, l’abitare come facilitazione all’acquisto (tipico ad esempio delle cooperative abitanti), utilizza strumenti e metodi avanzati, ma pur sempre conosciuti e sperimentati, di garanzia all’interno di un sistema protetto. Il co-abitare connesso ad un nuovo modello di welfare è tuttora in una fase di sperimentazione pura, fatta di tentativi ed errori, di progetti pilota, di nicchie virtuose e risultati nebulosi.

Al fine di rendere meno nebulosi i risultati e definire la sostenibilità, la trasferibilità e gli effetti sul contesto sociale del modello di housing in sperimentazione, il gruppo Intesa Srl, gestore sociale del Fondo Cives, ha promosso uno studio di caso, una sorta di “trial clinico”, per raccogliere dati sull’efficacia del dispositivo. La domanda alla quale lo studio vuole cercare di rispondere è quale valore produce l’applicazione del modello Housing di Intesa, capire insomma se le pratiche messe in atto implementano e producono il “capitale sociale” che il gruppo si aspetta.

Per poter produrre un lavoro valutativo occorre definire bene l’oggetto di analisi, quindi ci si muove nella prima fase sperimentale, principalmente con un approccio incrementale: dati gli obiettivi si procede incrociando bisogni e risorse, vincoli di contesto e culture abitative molto variegate. Si configura dunque, un panorama ricco di spunti ma troppo indefinito per produrre una valutazione di esito. I trial infatti, possono essere condotti solo dopo che siano state raccolte sufficienti informazioni sulle caratteristiche del modello attraverso una metodologia rigorosa. Si è deciso dunque di partire da un pre-studio con l’obiettivo di definire le caratteristiche del modello, ancor prima che la sua efficacia.

Il lavoro, avviato nell’ottobre 2016 e conclusosi un anno dopo, ha reso evidenti e misurabili le condizioni iniziali e i soggetti con i quali immaginare un abitare comune; quale tipologia di esito si sono generati, sui servizi, sulle policy locali e con quale intensità; la sostenibilità economica del progetto.

Il lavoro di osservazione è stato realizzato in tre aree specifiche di intervento (3 condomini nella provincia di Pesaro-Urbino) ed ha visto coinvolti come gruppo di ricerca tutta l’équipe di Intesa, dalla direzione al commerciale, al settore vendite e locazione, al Community manager, al Gestore tecnico, fino all’amministrazione del gestore sociale. Con loro è stato condiviso il disegno di ricerca e sono stati predisposti gli strumenti di raccolta relativi ai dati sui cittadini target (attraverso un profilo di ingresso); sono state realizzate interviste con tutti gli abitanti dei condomini oggetto di studio; sono state raccolte informazioni sulle attività messe in campo in un’ottica di community e di gestione tecnica. Sono stati inoltre definiti i flussi di processo nella realizzazione del modello: dalla proposta abitativa fino alla gestione dell’abitare comune. È stato infine realizzato uno studio della sostenibilità economica del modello così come realizzato nel primo anno di applicazione.

I risultati dello studio hanno prodotto informazioni su:

  • il profilo socio-economico, personale, lavorativo-occupazionale e le richieste abitative dei condomini di tre aree abitative dove si è applicato il modello (a quale fascia di cittadini si è rivolto in questo anno il progetto Intesa);
  • la tipologia di attività di community messe in campo, sia quelle rivolte ai singoli nuclei familiari, sia quelle rivolte al condominio nel suo insieme (quale modello di housing si è configurato – che tipo di innovazione dell’abitare);
  • la sostenibilità economica delle attività di Community in questa fase di avvio (quanto è costato, quanto ha permesso di realizzare);
  • quale sistema di governance è stato necessario per implementare il modello.

 

La conclusione dello studio non ha prodotto il modello “perfetto” o il migliore per Intesa, ha solo fotografato quello che in questo anno di osservazione è stato realizzato.

Sta ad Intesa ora dire se le caratteristiche del dispositivo di Housing rilevate dallo studio piacciono oppure no: vale a dire, se esse rispecchiano il progetto sull’abitare che Intesa vuole produrre oppure occorre portare correttivi ed in tal caso, in quale misura e su quali aree. Insomma un lavoro di allineamento e condivisione del modello necessario affinché siano messe in atto tutte le misure necessarie a lavorare secondo una strategia ben definita e capace di resistere alle difficoltà che si incontreranno. Non è superfluo ricordare che le dinamiche che il modello cerca di scardinare sono forti e ben radicate nel tessuto sociale, economico e culturale dei nostri territori: la privatizzazione delle relazioni e dei beni, l’assenza di fiducia, l’emarginazione dei nuclei in difficoltà, l’alta conflittualità sociale, la precarietà sono solo alcuni dei retaggi che imbrigliano e rendono difficoltosa da una parte, e stimolante dall’altra, la sfida di un nuovo modo di abitare.

Va tenuto conto che Intesa ha fatto una scelta di “mix sociale”, rispetto agli abitanti dei suoi interventi edilizi, più articolata e variegata rispetto a quella solitamente adottata da interventi simili: una scelta che va oltre la definizione di Housing sociale nella normativa. Questo è stato fatto con l’intento di ospitare alcune famiglie con tipologie diverse (con un bisogno sociale più marcato), anche per comporre un mix ulteriore che sia in grado (se possibile) di aiutare questi ultimi ad agguantare uno standing di vita (per quanto possibile) migliore e di conseguenza determinare un costo per la collettività inferiore.

Lo studio di Intesa si conclude quindi oggi con la fotografia delle caratteristiche del prodotto Housing. Il prossimo passaggio sarà quello di comprenderne l’efficacia.

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