Lavoro che cambia

Perché l’ accoglienza non si improvvisa

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Tornare a scrivere di immigrazione, accoglienza, rifugiati e tutto l’universo ad essi collegato può suonare retorico e ridondante. In realtà, al netto dei populismi e delle armate brancaleone della paura e dell’invasione, si tratta di un argomento, per noi che scriviamo, ampiamente fuori dai connotati dell’emergenza. Ed è fuori da tali connotazioni da tempo, forse non ci è mai entrato. Oggi ci occupiamo di chi, il fenomeno strutturale e naturale dell’immigrazione, lo vive tutti i giorni perché ci lavora, ne trae il proprio giusto e dignitoso sostentamento. Lavorare nell’accoglienza e integrazione dei richiedenti asilo e rifugiati è dal nostro punto di vista un lavoro estremamente complesso di cui si sente una forte necessità sociale.

È un lavoro indispensabile e necessario, ed è nostra intenzione trattarlo come tale: mestiere che necessita di percorsi formativi specifici, puntuali e di alto livello. Non è possibile lasciare l’aspetto della professionalizzazione al caso, o nella migliore delle ipotesi al solito volontariato. È questa un’immagine che sempre più spesso passa nell’opinione comune, spesso anche negli uffici pubblici o in ambienti di un certo livello culturale. L’idea che a lavorare con i richiedenti asilo e i rifugiati possano bastare i volontari. Forse nasce da politiche di gestione dei servizi del tutto volte alla monetizzazione delle opportunità da parte di certi pezzi del terzo settore o da una visione particolarmente radicata nei territori e distretti a forte prevalenza industriale che il lavoro sociale, immateriale e specialmente a sostegno dell’integrazione di soggetti provenienti da paesi terzi per qualsiasi motivo, debba essere di tipo volontario perché, di competenza, non ne serve alcuna.

Dal punto di vista normativo, non esiste attualmente nel repertorio delle professioni regionale – regione Marche – una figura professionale del tipo in questione. L’aggiornamento del repertorio per questa ed altre figure spiccatamente sociali è a nostro avviso indispensabile se si vuole intraprendere la strada della professionalizzazione del settore per conferire a maggior ragione credibilità e dignità agli operatori che vi si dedicano.

Ma quali sono le caratteristiche, le professionalità, il bagaglio di conoscenze che l’operatore dell’accoglienza e integrazione deve avere? Facciamo una panoramica senza la pretesa dell’esaustività.

  • L’accoglienza in Italia. È fondamentale avere un quadro chiaro circa questo elemento. Quali sono le differenti tipologie di accoglienza nel nostro paese, quali le caratteristiche e gli standard operativi.
  • I richiedenti e titolari protezione internazionale. Chi sono? Da dove vengono? Quali sono le rotte abituali di chi arriva in Italia per chiedere asilo? Quali sono gli aspetti geopolitici più significativi dei paesi di provenienza?
  • La legge. Avere un’ottima conoscenza della normativa italiana e internazionale in materia di richiedenti protezione internazionale. Conoscere nel dettaglio tutte le tipologie di permesso di soggiorno, titoli e documenti di viaggio e i diritti connessi a questi documenti. Avere una precisa conoscenza teorica e pratica dei regolamenti e convenzioni internazionali, dei decreti, dei procedimenti e delle prassi legali legate alle procedure complesse come la determinazione dello status di rifugiato, il ricongiungimento familiare, i casi Dublino etc.
  • La salute. Essere a conoscenza delle prassi rispetto al macro tema della salute. Leggi regionali e accesso ai servizi, iscrizione sanitaria, il diritto alla cura anche in assenza di documenti. Stabilire rapporti con il servizio di medicina di base. Saper predisporre un servizio di mediazione linguistica e culturale per problematiche connesse alla salute. Saper organizzare puntualmente formazioni strutturate con gli utenti e il servizio sanitario pubblico per offrire momenti informativi e di sensibilizzazione diretti ad ambo le parti.
  • Essere operatori dell’accoglienza vuol dire saper fare integrazione: sociale, economica, relazionale. In questa area dell’accoglienza, la più delicata, il lavoro dell’operatore deve essere volto alla raccolta delle competenze dei richiedenti e rifugiati per la costruzione di percorsi individualizzati di lingua italiana, corsi professionali, tirocini formativi, borse lavoro, inserimenti lavorativi. Oltre a questo, l’aspetto dell’integrazione sociale e relazionale è fondamentale. Serve un accompagnamento specifico mirato all’acquisizione di competenze volte all’autonomia nell’approcciarsi ai servizi pubblici; alla costituzione di reti sociali forti mediante l’inserimento nella comunità locale, nell’associazionismo e volontariato del territorio.
  • Vulnerabilità. Lavorare all’integrazione socio/economica e relazionale è sapersi confrontare anche con persone in difficoltà: vittime di tratta, minori non accompagnati, persone con disabilità fisica, disagio mentale. Oltre alle difficoltà evidenti che si possono incontrare quando si è soli in un paese straniero, ci sono anche le singole storie, fatte di dolore e drammaticità che possono sfociare in situazioni difficili da sostenere, accompagnare e aiutare. Per questo alle già molte competenze vanno a sommarsi ulteriori capacità tipiche degli interventi socio/sanitari più complessi e articolati.
  • Lavorare in équipe. L’operatore dell’accoglienza non lavora isolato ma lo fa all’interno di un’équipe di professionisti che collaborano tutti i giorni, si confrontano, prendono decisioni collegiali e cercano di integrare sensibilizzando la comunità locale. Un lavoro veramente arduo considerando il costante dileggio mediatico che si trovano a subire le persone costrette alla fuga dai loro paesi che arrivano in Italia. Per questo è necessario che chi lavora all’interno dei progetti di accoglienza e integrazione sappia coinvolgere e animare la comunità locale intesa come le persone che abitano e vivono i quartieri, la città, le fabbriche, le associazioni: tutti i luoghi di socializzazione che per motivi disparati non riescono ad aprirsi alla diversità culturale.

Il profilo che è stato tratteggiato è solo un tentativo di bozza, una base minima delle competenze necessarie (secondo noi) all’operatore dell’accoglienza. Un lavoro delicato e complesso per il quale sono necessari percorsi di formazione specialistici, gestiti da docenti e formatori con esperienza, in grado di maneggiare con competenza e professionalità il largo ventaglio di materie, competenze e attitudini necessarie alla gestione dei progetti di accoglienza, siano essi percorsi della rete nazionale di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR) che accoglienze straordinarie delle Prefetture o piccoli progetti emergenziali. La costante deve essere lo sguardo: non bisogna trattare il fenomeno migratorio come un’emergenza. È strutturale, interessa il nostro paese più di altri e abbiamo il dovere di elaborare risposte e fornirle a persone che le stanno aspettando.

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