Lavoro che cambia

Migranti richiedenti asilo e l’inserimento lavorativo

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Scrivere di lavoro e migranti, anzi meglio richiedenti asilo, è un nucleo instabile di pensieri, emozioni, apprendimenti. A volte in discussione entrano anche i propri riferimenti sociali, perché la materia ‘lavoro’ – chissà se a scuola un giorno ci sarà esplicito questo insegnamento così banalmente aggirato – è incandescente per tutti, e da alcuni anni, come sappiamo, assomma in sé tutte le virtù e tutti i vizi, tutte le speranze e tutte le angosce, delle nostre collettività.

Il cupio laboris è più di un mantra, scandito e cantato ogni giorno dai beneficiari nella nostra mente e cuore di operatori di un servizio Sprar; è negli occhi, nella voce, nei tremolii, nell’irrealtà quotidiana dei nostri beneficiari, utenti, ragazzi, chiamiamoli come vogliamo. Ma non solo. E’ nella mano di chi ti accoglie al lavoro, è nel suo ostentato rifiuto se non disprezzo, è nel dubbio razionale di chi chiede: ma per gli altri, che saremmo noi, i locali? E’ nei piccoli sospiri di ogni avvio, che per noi è come un rito: il ritrovarsi il mattino presto, il controllare un abbigliamento rispettoso e adeguato all’ambiente – certo i colori shocking e le maglie attillate non sono proprio indicati ma alla fine il primo giorno mettono di buon umore anche il datore di lavoro, basta non perseverare -, la conoscenza degli ambienti e delle persone, insomma il sentimento aperto e incognito di ogni partenza.

Le buone prassi sono codificate, anche nelle riflessioni e confronti dei vari progetti sprar e quaderni rielaborati, e le storie  le rendono al meglio: a Sutera, un comune siciliano, donne migranti e richiedenti asilo hanno partecipato a laboratori artistici e alla produzione di sculture morbide denominate ‘puppet’, che attraverso la manualità delle donne hanno favorito l’integrazione e lo scambio con le persone residenti e la promozione di oggetti artistici per i locali poli museali, divenendo attrazione culturale e turistica; l’accoglienza può avere diversi volti ma ‘vestire’ anche diversi panni, come quelli di Karalò, il laboratorio di sartoria voluto da rifugiati e richiedenti asilo nella capitale, creando uno spazio e luogo produttivo sostenuto anche dalla cittadinanza di quartiere, con donazioni di oggetti, tessuti, macchine da cucire; a Parma sono state attivate convenzioni con i datori di lavoro del territorio per l’inserimento di beneficiari SPRAR in percorsi di Borsa Lavoro, in collaborazione con il Nucleo Inserimenti Lavorativi del Comune di Parma; a Barcellona nel 2015 due rifugiati richiedenti asilo di stanza in Sicilia hanno fatto parte della squadra italiana che ha partecipato ai campionati mondiali di vela d’altura.

Le storie rendono meglio dei protocolli la vita a volte agra e a volte dolce degli inserimenti, ci sono poi anche i ‘talent’ – come mancare? – in formato tabloid, ma per parte nostra, più di tanti manuali, pensieri dell’innovazione, procedure raffinate e inglesismi vari,  usiamo semplicemente alcune parole e gesti della quotidianità per esemplificare il tentativo di comprendere i contesti di vita in cui ci si ritrova ogni giorno per dimorare in quel miracolo di mantra e speranze intrecciate che risponde al nome di ‘lavoro’: ascolto e osservazione, sin dai primi contatti, dei titolari di aziende e quant’altro, cercando di ricordare che un buon ascoltatore è un esploratore di mondi possibili e che quel che vedi e cerchi di comprendere dipende dalla prospettiva in cui ti trovi (ed è bene saper cambiare prospettiva); le persone, quel che decenni di sociologia del lavoro sociale ha definito in tanti modi e punti di vista: reti, community network, nodi e care-giver, reti di fronteggiamento, government e governance, welfare generativo, etc, ma più semplicemente sono persone, principalmente legate ai loro interessi, ma con i loro umori variabili, anche sorrisi e spesso curiose, attente e molto osservatrici, in grado così di gettare un ponte e attraversarlo insieme è il nostro vero scopo, e anche piacere, di connettori; sfiducia, oh quanta, tanta dall’una e dall’altra parte, e allora è d’obbligo intervenire a cesellare tutti quei dettagli, sfumature, zone grigie, dove albergano a piacimento i fantasmi dei tradimenti e violenze subiti, ma che devi riconvertire e ricreare in fiducia, secondo la più classica delle staccionate di Tom Sawyer.

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