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Manager dello sviluppo locale. Chi è e cosa fa?

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Pochi giorni fa abbiamo chiuso una progettazione in risposta ad un bando regionale (Regione Marche) per la formazione della figura di “Manager dello Sviluppo Locale”. Si è trattato di un lavoro di progettazione esaltante, che ci ha costretto ad una riflessione su cosa possa stare dietro una figura simile e sul sistema di competenze che la dovrebbe caratterizzare. Ci sembra utile condividere con voi questa nostra riflessione e magari attenderci commenti e suggestioni.

Il titolo è composto da tre differenti sostantivi e nella costruzione della nostra risposta al bando ci è sembrato che tutti meritassero attenzione e un’adeguata valutazione.

Il manager lo abbiamo visto come un facilitatore ed attivatore di processi. Una figura cui non è richiesto di saper autonomamente individuare delle scelte e confezionarle in modo che il sistema progettuale le realizzi, ma che sia capace di accompagnare tale sistema – dopo averlo opportunamente letto e compreso – verso le sue scelte e una sua visione. Una managerialità fatta di competenze soft che permettano di abilitare un insieme di attori a collaborare e a mantenersi coeso nella ricerca di soluzioni condivise. Un poco il contrario della figura che classicamente ci sorge in mente quando la parola manager viene pronunciata. Non ci siamo basati sull’idea di costruire un professionista con tutte le giuste risposte, ma una persona che sappia porre domande interessanti, intelligenti e coinvolgenti.

La nozione di sviluppo deve essere sicuramente riletta con molta attenzione in questa fase storica economica e sociale. Crediamo di avere dato una nostra interpretazione nel costruire la risposta al bando regionale e non siamo nemmeno sicuri che fosse quella che si attendevano gli estensori dello stesso. Abbiamo completamente escluso l’idea di costruire una sorta di mago che potesse farsi carico di riattivare processi economici di distretto che in qualche modo rilanciassero la nostra regione verso orizzonti di benessere economico. Orizzonti fatti di produzione di ricchezza e di sostanziose esportazioni che il modello marchigiano di economia dei distretti basati su filiere di piccole e medie imprese ha conosciuto fino a una decina di anni fa. Non si tratta solo del pensiero che non possa essere una figura professionale a ricostruire quel processo; è che pensiamo non ci sia più spazio per quel processo e che ragionare di sviluppo in questa fase sia altro. Pensiamo si tratti di ragionare del benessere delle persone; si tratti di ragionare di coesione delle comunità; si tratti di impegnarsi nel riattivare rapporti di fiducia; si tratti del bisogno di valorizzare la ricchezza e il patrimonio di bellezza e di relazioni che questo territorio sa offrire; si tratti di ritrovare il piacere di condividere orizzonti comuni e visioni di socialità. In sostanza abbiamo ragionato su un’idea di sviluppo più complessa di quella misurabile con il PIL o con altri sintetici indicatori macro-economici. Abbiamo basato il nostro progetto su un’idea di sviluppo che è fatta di capacità di inclusione, di innovazione, di creatività e di esaltazione delle doti e del contributo di ciascun singolo in un processo veramente comunitario e condiviso.

Ci siamo anche chiesti cosa possa significare in questa fase “locale”. Saremo fuori moda – visto che da qualche tempo non si utilizza più – ma quella visione glocal che ha caratterizzato la prima parte degli anni duemila per noi rimane un riferimento intellettuale fondamentale. La capacità di coniugare la passione per il piccolo ambito territoriale che abitiamo (e non usiamo questo verbo casualmente, ma legandolo a tutto un insieme di significati alti dell’abitare un contesto), con la visione sistemica ed ecologica dell’impatto di carattere planetario della nostra azione, per noi è tutt’ora un paradigma di riferimento. Il locale come spazio nel quale situiamo la nostra azione riferendola però ad un impatto globale e ispirandola ad una conoscenza e a punti di connessione di livello globale. Occorre costruire ed allenare la capacità di essere provinciali e cosmopoliti al tempo stesso. Occorre saper leggere e trarre ispirazione da sistemi e modelli universali per poi adattarli agli ambienti e agli attori con cui operiamo.

Un sistema di competenze di grande ambizione. Ma di grandissimo interesse. Il trucco crediamo sia quello che un po’ tutti dovremmo divenire un poco “manager di sviluppo locale”.

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