Laboratorio di apprendimento

Lo sguardo dell’educatore: Il percorso formativo

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La costruzione di un intervento educativo suppone il farsi carico di un processo complesso; suppone l’articolazione di un’azione consapevole e basata su competenze variegate e approfondite con il tempo e con la pratica. Suppone anche, riteniamo, l’acquisizione di un punto di vista sulla persona per la quale si costruisce l’intervento educativo: anzi, di un modo di vedere quella persona.

È a partire da queste considerazioni che abbiamo pensato alla necessità di dedicare un percorso formativo di 3 puntate al tema dell’osservazione che si colloca prima e durante l’azione educativa. Lo abbiamo fatto introducendo il paradigma dello “sguardo”; in qualche modo posizionando l’attenzione anzitutto sull’educatore e sulla sua modalità di “vedere” prima ancora che sul soggetto che viene osservato e verso il quale si genera l’intervento educativo.

Quindi una sequenza di tre incontri. Condotti insieme da Sergio Labate e da un nostro operatore di servizi educativi differenti (educativa domiciliare, residenza psichiatrica, comunità per minori). Sergio Labate professore di filosofia teoretica presso il Dipartimento di Scienze dell’educazione all’Università di Macerata. Già questa scelta la dice lunga sul nostro approccio; sull’intenzione volta a problematizzare e dare spessore all’intervento educativo e alla visione che lo informa. Una sequenza di tre incontri che vuole essere un viaggio nello “sguardo” dell’educatore con l’idea che l’osservazione prima che un processo di carattere tecnico, fatto di schede e di check list, è un processo che coinvolge tutta l’umanità dell’educatore e lo interroga come persona e come portatore sano di una visione sul mondo e sulle persone oltre che come parte di un insieme sistemico in cui è chiamato a giocare un ruolo in “cooperazione” con il beneficiario del servizio. “Ciò significa che l’atto del guardare – dice John Berger in “Modi di vedere” – è di fatto un incontro attivo, non unilaterale, reciproco”.

Quindi, nel momento in cui assumiamo il paradigma dello sguardo, quale è il rapporto tra contemplazione e prassi? Quale prospettiva ci caratterizza e quali presupposti guidano il nostro modo di guardare alla persona? Siamo consapevoli che l’osservatore non è mai soggetto neutro? Cosa consegue da questa consapevolezza?

Ed ancora, quale rapporto si genera, nel nostro lavoro socio-sanitario, tra l’esigenza di costruire protocolli, con il presupposto che possano godere di una qualche “universalità” e la chiara percezione di una etica della situazione (che verrebbe da dire essere motivo fondante dell’azione educativa, soprattutto quando declinata in termini di progettualità individualizzata). In che modo lo sguardo si modifica nel tempo – e si deve modificare; in che modo esso può aiutarci a concepire il rapporto educativo come un racconto?

Tutto questo sul piano del rapporto individuale tra educatore e destinatario dell’azione educativa. Ma come dimenticare che l’educatore è immerso in un ambiente, in una organizzazione, in un sistema di intervento. Anzi in un insieme di organismi: il suo servizio; l’organizzazione che lo gestisce (sia essa cooperativa sociale, associazione o altro); una serie di servizi che si occupano nel territorio di quel beneficiario. In questo variegato insieme, con chi l’educatore è chiamato a “condividere” il suo sguardo, in qualche modo a co-costruirlo? Quale è la trasmissione di sapere alla base e cosa deve essere condiviso? In quale misura questa complessa interazione e necessità di condividere determina una sorta di responsabilità sociale? E in quale modo tale responsabilità è centrata sulla necessità di normalizzare l’anormale o centrata sul valorizzare l’anormalità?

Infine, questo breve viaggio ci conduce verso un’altra meta. La prospettiva dello “sguardo” suppone, infatti, una rivisitazione dell’approccio del nostro intervento socio-sanitario. Ci chiede di smettere di pensare all’utente (come definito con un linguaggio mutuato dal sistema delle utilities) e di assumere una più piena definizione di persona. Questo significa che da un intervento che si struttura come mera erogazione verso un soggetto “bisognoso” di cura, si deve passare ad una azione che viene con esso condivisa; un’azione nella quale la persona nell’esprimere il suo bisogno, mette anche in gioco un sistema di competenze e di risorse che aiutano a costruire soluzioni migliori.

Maggiori informazioni sul percorso formativo qui

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