Laboratorio di apprendimento

La relazione di aiuto: efficacia e aiuto in un seminario

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La relazione d’ aiuto è uno degli elementi fondamentali del lavoro sociale. Per certi versi potremmo definirla, senza timore di sbagliare eccessivamente, la competenza sovrana dell’operatore sociale.

Occuparsi di formare questa competenza è sempre questione delicata. Si tratta infatti di lavorare non tanto sulla conoscenza, ma sui comportamenti, sull’agire: utilizzando un linguaggio in parte superato, si tratta di lavorare sul saper essere prima che sul saper fare. Un lavoro che mette in gioco quindi l’operatore come persona per farlo impegnare su quelle dimensioni individuali che maggiormente gli permettono di essere efficace nell’ambito del colloquio di aiuto. Quasi mai si tratta di una formazione rivelatrice di nozioni che non si conoscevano, ma di una sorta di tagliando cui l’operatore dovrebbe sottoporsi periodicamente, per comprendere in quale modo la propria umanità continua a lasciarsi interrogare e coinvolgere pur mantenendo un necessario equilibrio e distanziamento.

Proviamo dunque ad evidenziare quali possono essere le caratteristiche di una competenza dell’aiuto:

  1. Capacità di ascolto. È la prima competenza cui si pensa quando si parla di relazione d’aiuto. Appare scontata. La questione è però che troppo spesso l’operatore perde tale capacità soprattutto con il passare degli anni e con la stanchezza che ne consegue. Essere in ascolto comporta un silenzio interiore che viene riempito dalle parole altrui; comporta la capacità di concentrarci sul messaggio che giunge dalle parole dell’altro evitando nel frattempo di essere già attivi per costruire la replica o una revisione critica di quanto ci viene detto.
  2. Sospensione del giudizio. Assumere l’umanità dell’altra persona senza immersione in giudizi di merito di carattere etico o morale o di altro tipo. La sua umanità e la sua presenza sono gli unici elementi importanti nella relazione.
  3. La capacità di immergersi nelle emozioni, nei sentimenti, nel punto di vista dell’altro. Saper osservare la situazione con gli occhi e con il cuore dell’altra persona, è un elemento fondante della relazione d’aiuto. Senza empatia non è data capacità di aiuto, intesa nel pieno senso di relazione d’aiuto. E l’empatia è una competenza che chiede allenamento costante e che non va mai data per scontata: ma si tratta di una qualità che si può apprendere, a differenza di quanto pensano i più, che la credono una dote innata.
  4. Assertività. Un dialogo di aiuto è sempre un dialogo assertivo. Vale a dire un dialogo nel quale si “autorizza” l’espressione di emozioni e opinioni, ma in maniera sincera e serena, nella capacità di non offendere i sentimenti altrui. Essa è costruita sulla capacità di esprimere le proprie idee facendo al tempo stesso grande attenzione alle idee dell’altro: facendo attenzione magari anche a contrastarle, ma senza offenderle e/o squalificarle.
  5. Percezione delle potenzialità personali. La relazione d’aiuto poggia sull’idea che l’altro sia un portatore di potenzialità e risorse. Essa chiede fiducia nell’altra persona e capacità di individuare quelle caratteristiche che sono positive rispetto al problema che si sta affrontando; di coglierle e di valorizzarle. Chiede di essere persone che abbiano “passione” per le persone (se vogliamo accettare la cacofonia).
  6. Curiosità. Una caratteristica importante per costruire tutto questo è la curiosità, è avere il desiderio di scoprire chi ho davanti, di conoscerne la storia e il percorso che lo porta qui di fronte a me nel presente. Una vera curiosità umana, che intende comprendere davvero l’altro in tutte le sue caratteristiche.
  7. Reciprocità. Sono tutti elementi concatenati. Perché i precedenti si verifichino occorre che l’operatore sia capace di stare in una relazione paritaria e quindi reciproca. Occorre che l’altro possa sentire il coinvolgimento e la fiducia dell’operatore individuandone una presenza piena e non mediata.
  8. Autenticità. Dentro alla relazione d’aiuto deve esserci un io autentico; non un personaggio costruito in maniera professionale e deputato a svolgere quel ruolo. È l’autentica umanità dell’operatore ad essere coinvolta e come tale a dover entrare nel gioco relazionale che la riguarda e la coinvolge.
  9. Non banalizzazione. È a questo punto evidente che nel gioco della relazione d’aiuto non si può mai compiere l’errore di banalizzare il sentimento e le opinioni altrui. Proprio perché importanti per l’altro, esse rimangono importanti e rilevanti; e come tali vanno trattate.
  10. Disponibilità al cambiamento. La relazione d’aiuto è qualcosa che mette sempre alla prova la nostra più piena umanità e quindi che suppone l’ipotesi del cambiamento individuale alla sua base. Significa che per essere davvero immersi nel gioco relazionale, dobbiamo un poco essere disposti a “sporcarci” e a farci mettere alla prova; essere disposti ad entrare in un costante processo di cambiamento e di crescita.

Di tutte queste cose e altro si parlerà e ci si “eserciterà” nel corso della formazione con Giovannella Giorgetti che si svolgerà il 4 e il 18 luglio – presso i locali che la nostra AgenziaRES ha allestito per l’attività di formazione in collaborazione con l’”Isola che non c’è” a Fermo in via Don Biagio Cipriani – e che sono rivolti a tutti quegli operatori sociali e sanitari che intendono affinare le loro competenze rispetto alla relazione d’aiuto. Per informazioni vedi qui.

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