Innovazione Sociale

L’agricoltura sociale in Italia: il buon seme

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Quando due attori economici che sembrano così lontani fra loro come l’agricoltura ed il terzo settore si incontrano, i risultati sono sorprendenti. Da un lato il mondo agricolo, che si sta velocemente rinnovando e che sta andando nella direzione di una multifunzionalità delle aziende, le quali tendono a differenziare i loro investimenti economici e propongono servizi che vanno dalla ristorazione all’asilo nido. Dall’altro il mondo del sociale, stretto nella morsa fra aumento dei bisogni e contrazione dei finanziamenti pubblici, e che come spesso è accaduto nella sua storia si deve continuamente reinventare e sempre stare al passo coi tempi.

Entrambi questi stakeholders cercano spazi nuovi e nuove opportunità. E ovviamente cercano di intercettare e di mettere a frutto quella corposa mole di finanziamenti che attraverso una serie di canali e progetti di sviluppo delle varie istituzioni (Unione Europea, stato ed enti locali) mirano ad incentivare l’utilizzo delle risorse agricole in maniera responsabile e sostenibile, a sostenere lo sviluppo delle aree rurali e a rafforzare la coesione e l’inclusione sociale.

L’agricoltura sociale è un fenomeno socio-economico che sta riscuotendo un interesse che oltrepassa i confini degli addetti ai lavori, una delle punte di diamante della nuova economia sociale che – secondo l’economista J. Rifkin e assieme alla sharing economy – sta cambiando il mondo. La cooperazione, la condivisione, la gestione condivisa di beni pubblici e privati in disuso ed il tentativo, spesso vincente, di valorizzarli, di riqualificarli; la gestione finalmente consapevole delle risorse ambientali; non più la ricerca ossessiva del profitto, ma la tendenza a distribuire i benefici (non necessariamente monetari) su tutta la comunità.

Ma cosa intendiamo con agricoltura sociale? Intendiamo quell’insieme di pratiche legate alle attività agricole che hanno tre principali scopi: il raggiungimento di un beneficio terapeutico e riabilitativo; l’inclusione sociale e lavorativa di soggetti svantaggiati; il rafforzamento della coesione sociale delle comunità locali. L’agricoltura sociale dunque tende a soddisfare bisogni collettivi a partire dai soggetti e dalle fasce di popolazione più deboli e a rischio di marginalizzazione.

Dalla Carta dei Principi del Forum di agricoltura sociale, che riunisce le più importanti esperienza nel settore in Italia, leggiamo che essa «è un possibile strumento di risposta ai bisogni crescenti della popolazione sia in termini di produzione agricola sostenibile dal punto di vista sociale, economico e ambientale, sia in termini di offerta di servizi socio-sanitari e socio-lavorativi. Esso, a differenza delle esperienze passate realizzate a favore di persone in difficoltà, rappresenta un modello di sviluppo territoriale – partecipativo e relazionale – che ri-orienta le realtà locali nella logica del servizio alle comunità di riferimento».

Non più un’agricoltura di sussistenza, ma una di sopravvivenza, emotiva nella fattispecie. I campi e la natura come mezzo e leva per il cambiamento delle dinamiche socio-economiche, delle storture che caratterizzano il capitalismo puro. Essere nel mercato facendosi strumento di cambiamento. L’agricoltura sociale è tutte queste cose.

Le prime esperienze organizzate e riconoscibili di agricoltura sociale nel nostro Paese nascono in Italia centrale attorno agli anni ’70 del secolo scorso, su forte impulso del mondo delle cooperative sociali. Qui, infatti, la vocazione e tradizione di cooperazione che caratterizzava questi territori ha dato il via a una serie di iniziali esperimenti di accostamento tra il settore agricolo e quello sociale. I primi tentativi nacquero dalla lungimiranza e dall’originalità di alcuni operatori del sociale convinti che il mondo dell’agricoltura potesse offrire molte opportunità alle fasce della società considerate deboli per re-inserirsi nel mondo del lavoro. Siamo negli anni che vedono la nascita di molte comunità di recupero per tossicodipendenti, e il connubio lavoro agricolo manuale – percorso riabilitativo andavano di pari passo. Le storie della cooperativa Capodarco di Roma e della comunità di San Patrignano sono solo alcuni degli esempi di queste esperienze, che continuano ancora oggi.

Quasi a volerne riconoscere il valore, la recente legge 141 del 2015 non istituisce una nuova fattispecie di agricoltura sociale, ma prende atto di «ciò che in questi decenni imprenditori responsabili e coraggiosi hanno costruito, in sintonia col principio di sussidiarietà». Parole del viceministro delle Politiche Agricole, Olivero. Secondo le stime il settore vale circa 200 milioni di euro di fatturato l’anno (con oltre mille esperienze distribuite sul territorio italiano, ma c’è chi parla di tremila).

Qualcuno ha parlato di un’occasione persa per il terzo settore, poiché è stata tolta la possibilità per le cooperative sociali di essere riconosciute operanti nel fare agricoltura sociale, a meno che il fatturato derivante dall’ esercizio delle attività agricole risulti prevalente o comunque superiore al 30%, rischiando così di escludere molte di quelle attività svolte dalle comunità di accoglienza di tossicodipendenti, dai centri per disabili e per il disagio psichico. Infatti in questi casi, com’è facile immaginare, la parte di fatturato derivante dalle attività di agricoltura sociale è limitata rispetto al complesso delle attive sociali, sanitarie e riabilitative svolte dalle cooperative sociali.

Con questa prima, storica legge, viene introdotta la definizione di agricoltura sociale. In questo ambito rientrano le attività che prevedono l’inserimento socio-lavorativo di lavoratori svantaggiati, le attività terapeutiche le attività di servizio alle comunità locali, le iniziative di educazione ambientale e alimentare, la salvaguardia della biodiversità e dell’ambiente. Vengono inoltre invitati gli enti locali a promuovere tali iniziative attraverso vecchie e nuove pratiche, come, ad esempio,   attraverso specifiche misure di valorizzazione dei prodotti provenienti dall’agricoltura sociale nel commercio su aree pubbliche; oppure grazie a criteri di priorità per l’assegnazione delle gare di fornitura per la provenienza dei prodotti agroalimentari nelle mense, oppure nell’ambito delle procedure di alienazione e locazione dei terreni pubblici agricoli, anche di quelli sequestrati alle mafie. Viene inoltre istituito l’Osservatorio sull’agricoltura sociale, chiamato a definirne le linee guida e con funzioni di monitoraggio e di promozione della stessa.

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