Innovazione Sociale

Il meccanismo dei bandi: alcune riflessioni

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Il meccanismo dei bandi ha prodotto organizzazioni deboli, in starvation cycle e in concorrenza vitale tra loro e un effetto di adattamento, di isomorfismo delle organizzazioni del terzo settore come progettifici. Scrive così Carola Carazzone su “Il giornale delle Fondazioni” in un articolo dal titolo molto esplicativo: “Due miti da sfatare per evitare l’agonia per progetti del terzo settore”.

Un articolo che va letto in ogni sua riga, in quanto fotografa in maniera perfetta l’attuale situazione delle organizzazioni dell’economia sociale e se ne leggono con precisione le cause. I due miti sono anzitutto quello relativo all’imperativo della riduzione dei costi generali e della struttura delle imprese sociali; il secondo, che ne è una conseguenza, è la costante ed inadeguata necessità di lavorare per cicli di progetti. Non mi soffermo più di tanto sulle analisi della Carazzone, per non rovinare una riflessione che lei svolge alla perfezione e che condivido in ogni singola riga. Provo solamente a cucire sopra a questa alcune riflessioni che meriterebbero di essere sviluppate ed approfondite nel prossimo periodo, nell’ambito di un dibattito che dovrebbe coinvolgere il nostro mondo.

Proprio da qui prendo piede. Dal confermare quanto sia necessario assumere e diffondere questa consapevolezza e renderne partecipe tutto il sistema di intervento sociale, provando così a rovesciare il paradigma ora imperante. Da una parte si chiede all’impresa sociale di divenire sempre più capace di innovazione e di individuare nuove piste di intervento; gli si chiede una nuova capacità di progettazione sociale e di analisi della realtà nella ricerca di soluzioni nuove e complesse a problemi complessi. Ma per fare operazioni di questo tipo è necessario un lavoro culturale e di pensiero molto rilevante: è necessario prevedere organizzazioni che sappiano fare ricerca sociale e design di nuovi interventi. Che lo sappiano fare in maniera costituiva; vale a dire che siano organizzazioni con una importate struttura di pensiero e di costruzione di significato, intese come una costante ricerca di senso in tutto il proprio agire e una coerenza evidente tra azioni realizzate e sistema di pensiero. Ma è evidente che tutto questo, al di là delle formule, ha dei costi strutturali importanti. Ha dei costi perché comporta riunioni, formazione, studio, ricerca sociale, valutazione, supervisioni e anche la costruzione di contesti di lavoro e di azione che siano sufficientemente accoglienti e funzionali a tale azione.

Invece viviamo la dinamica di organizzazioni che sono costrette a ridurre costantemente i costi generali come conseguenza della riduzione dei margini e della frammentarietà degli interventi. Si fanno sempre meno riunioni; i rapporti di lavoro sono sempre più parcellizzati; la formazione si riduce sempre più ed è sempre più legata alla ricerca di strumenti e ricette, se non di meri adempimenti formali (ormai troppo spesso la percentuale più importante della formazione riguarda la sicurezza, la privacy e le varie certificazioni da mantenere) invece che a scambi tra operatori sui significati del proprio intervento. Organizzazioni costrette a tale meccanismo, ma anche troppo spesso incapaci di immaginare un’altra possibilità che questa. Complici di una dinamica che le sta stritolando, in quanto troppo spesso incapaci di offrire una analisi del fenomeno che sia capace di svelarlo e di suggerire formule alternative.

Lei si sofferma sul ciclo dei progetti come elemento distruttivo di una capacità di costruire stabilizzazione e visione complessiva nelle organizzazioni di terzo settore. Io credo che ancora peggiore sia stato il cancro degli appalti e lo sia in questa fase attuale. Peggiore sotto vari aspetti:

  • L’appalto troppo spesso significa anche la rinuncia a qualunque dimensione di pensiero, anche quella meramente progettuale minima. Infatti, l’organismo viene a trovarsi nella condizione di erogare un servizio pensato e definito da altri, rispetto al quale esso va a determinare solamente alcuni dettagli, ma non il senso complessivo dell’intervento, che gli viene tutto indicato dal committente.
  • L’appalto con la sua dinamica di attenzione al mito della concorrenza, significa la frammentazione sistematica della costruzione di pensiero e della evoluzione di conoscenza che quel servizio comporta. Significa un sistema di relazioni (l’intervento sociale è sempre la costruzione di un sistema di relazioni) che viene messo a repentaglio semplicemente perché c’è una regola formale che lo richiede. Quasi sempre senza alcuna reale opera di valutazione reale del servizio.
  • L’appalto con la sua particolare applicazione in termini di clausola sociale, all’interno dei servizi. Il risultato di un principio di attenzione come quello di non mettere a repentaglio posti di lavoro, porta con sé che la relazione con il membro dell’organizzazione che lavora nel servizio è un legame debolissimo, destinato ad interrompersi appena l’appalto dovesse cambiare di bandiera. Questo significa che in organizzazioni dove i costi generali vengono diminuiti sempre più, siamo in presenza di una grande massa di soci temporanei a fronte di pochissimi che sono piena espressione di appartenenza e identità. Il paradosso ulteriore è che questi ultimi, in una fase di restringimento delle risorse, hanno un posto più precario dei primi che invece al massimo dovranno cambiare casacca. È una fotografia un po’ al limite, ma abbastanza vicina alla realtà.
  • Infine gli appalti che stiamo vedendo in questi anni dopo la crisi e il progressivo restringimento degli investimenti nel settore sociale. La questione è che molto spesso, mentre diminuivano le risorse si chiedeva di mantenere invariati gli interventi; quando non di aumentarli. Quindi ora si vedono appalti in cui si “compra” quel servizio con quantità invariate, con soldi proporzionalmente minori, tagliando su parti di coordinamento e di formazione/superivisione e chiedendo all’organizzazione di dimostrare la sua capacità di metterci dentro anche tutta una serie di prestazioni ulteriori, per dimostrare la sua capacità di apportare risorse proprie. Noi progettisti le chiamiamo “regalie”.

Ma appunto c’è un ruolo complice delle organizzazioni di terzo settore. Di fronte alla crisi economica e alla recrudescenza nella impostazione degli appalti, la reazione è stata: diminuzione dei costi generali portando all’osso le strutture e gli investimenti in conoscenza; maggiore concorrenza e disponibilità a cercare nuovi fatturati in nuovi scenari; concentrazione e ingrandimento delle imprese sociali, nella ricerca di ottimizzazione dei costi di scala; introduzione di meccanismi formali di certificazione per accreditarsi in relazione alla qualità. Tutti meccanismi che non hanno fatto altro che frammentare ulteriormente l’azione delle organizzazioni e indebolirne la capacità reale di produrre lavoro sociale vero. Con lavoro sociale “vero” intendiamo quello teso alla ricerca di migliorare i contesti in cui si opera, attivare e coinvolgere le comunità, emancipare e rendere autonome le persone, includere davvero coloro che sono esclusi.

Abbiamo preferito conformarci alla richiesta di fare sempre di più con sempre meno, e lasciare che su questo venisse misurata la nostra bravura. È divenuto sempre più difficile ed è ormai insostenibile, ma non abbiamo avuto la forza di dire che era una strada sbagliata perché conduceva a organizzazioni deboli e sempre meno capaci di produrre riflessione sociale e innovazione; conduceva a un lavoro sempre più parcellizzato e alienato; conduceva a meccanismi drogati di progettificio e di appaltificio quali quelli denunciati da Carazzone.

Quindi se da una parte deve modificarsi il sistema di finanziamento come Carazzone suggerisce, deve anche modificarsi il sistema di pensiero e di azione che caratterizza le organizzazioni di terzo settore.

Questo intende essere il primo di una serie di articoli con i quali andremo ad analizzare comprendere ancora meglio il fenomeno e andremo a sollecitare una riflessione che possa indicare piste tese a modificare tale andamento: o almeno a provarci. Promettiamo solamente di evitare le ricette semplici e semplificatorie di cui ci sembra che troppo spesso si stia in questa fase ammantando il mondo del sociale. Soluzioni che i cosiddetti “innovatori” propugnano a piene mani ma che nascono un grande e complessivo vuoto di idee, di strategie e di significati.

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