Innovazione Sociale

I dilemmi dell’innovazione

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Lo chiamano il dilemma del retrobottega – luogo tradizionalmente appartato e un po’ misterioso per il suo assembramento di soluzioni e risposte – e come sa ogni vero giocatore del proprio e altrui destino il fascino e la sapienza del dilemma sta sopratutto nella domanda e non nella risposta, nel processo e non nella soluzione.

Diventano così stimolanti le riflessioni aperte di Flaviano Zandonai, ricercatore Iris Network, e Paolo Venturi, ceo di Aiccon, nel loro articolo Open innovation: il dilemma del retrobottega, dove il luogo in questione è quello delle funzioni di staff, di back office e di supporto ai servizi (tipo progettazione, ricerca e sviluppo) con specifico riferimento al mondo delle organizzazioni no profit, appunto un retrobottega di procedure, ruoli e standard operativi  cresciuto a logica e sequenzialità, budgeting e controllo, e che “ancora oggi è accessibile solo agli addetti ai lavori e quindi risulta poco trasparente rispetto alle modalità d’uso.” Un cantiere, in breve, molto programmato e nient’affatto innovativo, specie nella gestione delle risorse umane.

Per il povero retrobottega poi “è un periodaccio”, ci dicono gli autori, e c’è un vero e proprio spiazzamento del mondo no profit – da cui il dilemma – di fronte alla necessità di cambiamento organizzativo per rimettere mano ai conti e mirare all’efficienza da una parte e dall’altra per ripensare al senso delle funzioni stesse; infatti “dopo anni passati a infrastrutturare le linee produttive con obiettivi di produttività, efficacia e – diciamocelo – controllo, ci si è progressivamente resi conto dell’eccessivo irrigidimento del sistema, a fronte di una crescente domanda (da parte delle risorse umane) di personalizzazione, coinvolgimento, creatività.” E il tutto accelerato dall’avvento delle nuove tecnologie.

Senza troppi giri di parole è uno dei volti del vero problema per il no profit: innovazione e cambiamento organizzativo. Rimani nel retrobottega? In prigione e senza passare dal via! avrebbero detto i vecchi Monopolisti. Come rendere mobile e fertile questa necessità di cambiamento? Appunto come innovare?

Per i principi generali dell’open innovation (“innovazione aperta”) la strada è abbastanza tracciata: in epoca di globalizzazione per competere non ci si può più basare su risorse interne ma occorre attingere al patrimonio di strumenti e competenze soprattutto tecnologiche che arrivano dall’esterno.

Ma i dilemmi, come si diceva, ci rendono più arguti, ci mettono davvero in gioco e così ci rendono – almeno potenzialmente – più fertili al cambiamento individuale e organizzativo. E una delle vie è certo nel monito dei due analisti: È necessario spostare funzioni oggi confinate nel backoffice al “fronte strada”, rendendole visibili e accessibili al più vasto complesso di soggetti da coinvolgere in iniziative di co-produzione. E’ rimettere in gioco il valore delle proprie risorse umane per costruire nuovi setting di lavoro, per risignificare relazioni e metodi lavorando gomito a gomito, per allestire punti di accoglienza e realizzare filosofie nuove, come il social design o design dei servizi, divenendo uno spazio di protagonismo collettivo. Non un sogno ma appunto un dilemma…dell’innovazione.

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