Innovazione Sociale

Economia circolare. Di cosa si tratta e le best practices italiane

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Il concetto di economia circolare ha fatto la sua apparizione sulla scena internazionale al World Economic Forum di Davos del 2014. È diventata la chiave per il rilancio dell’economia europea dopo l’approvazione del Pacchetto sull’economia circolare da parte della Commissione Juncker nel dicembre del 2015. Insomma è un tema sempre più d’attualità, per questo è importante capire esattamente di cosa si tratta. Quali sono i principi base di questo nuovo approccio al mercato?

Ecco la definizione che ne dà la Ellen MacArthur Foundation (istituzione leader nel mondo per la promozione e lo sviluppo dell’economia circolare), oggi considerata tra le più accurate ed esaustive: «è un termine generico per definire un’economia pensata per potersi rigenerare da sola. In un’economia circolare i flussi di materiali sono di due tipi: quelli biologici, in grado di essere reintegrati nella biosfera, e quelli tecnici, destinati a essere rivalorizzati senza entrare nella biosfera». Ѐ dunque un sistema in cui tutte le attività, a partire dall’estrazione e dalla produzione, sono organizzate in modo che i rifiuti di qualcuno diventino risorse per qualcun’altro.

Va detto che l’economia circolare si oppone all’economia lineare (modello produttivo utilizzato sin dai tempi della rivoluzione industriale) dove terminato il consumo termina anche il ciclo del prodotto che diventa rifiuto, costringendo la catena economica a riprendere continuamente lo stesso schema: estrazione, produzione, consumo, smaltimento. Il sistema economico usato per secoli, (quello lineare del produrre senza riguardo per le materie prime, del loro utilizzo non condiviso e dello smaltimento selvaggio degli scarti) è sempre più inefficiente e costoso per il pianeta, i cittadini e le imprese. L’ascesa del nuovo modello basato sulle 3 R (ridurre, riusare e riciclare) potrebbe portare con sé la fine di uno dei meccanismi su cui si basa l’economia lineare: l’obsolescenza programmata dei prodotti e potrebbe introdurre anche una serie di cambiamenti a livello culturale.

Quella circolare è una forma di economia più collaborativa, che mette al centro non tanto la proprietà e il prodotto in quanto tale, ma la sua funzione e il suo utilizzo. Ѐ per questo che, essendo un concetto ancora giovane, il termine è in realtà un “ombrello” sotto cui possono rientrare saperi e pratiche molto diversi come la bioeconomia, la sharing economy, il remanufacturing, la biomimesi o i sistemi di gestione avanzata dei rifiuti.

Ma qual è la situazione italiana sullo sviluppo di una economia circolare? In Italia, negli ultimi anni, è cresciuta la sensibilità sul fronte dei rifiuti: secondo stime del Conai (Consorzio nazionale degli imballaggi) nel 2018 il tasso di riciclo salirà al 68,7%, mentre circa l’11,8% sarà avviato al recupero energetico. In generale, il riciclo si conferma attività cruciale per l’economia circolare, trasformando annualmente oltre 15 milioni di tonnellate di rifiuti di carta, vetro, plastica, legno e organico in 10,6 milioni di tonnellate di materie prime seconde. Lo dice il rapporto annuale “L’Italia del Riciclo”, promosso e realizzato da Fise Unire (l’Associazione che rappresenta le aziende del recupero rifiuti) e dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile.

Un quadro tutto sommato positivo, eppure non è ancora abbastanza per l’approdo a una vera e propria economia circolare, infatti una vera circolarità delle risorse non è stata ancora avviata. Potrà esserlo solo a patto che si affrontino e si risolvano alcuni nodi da tempo irrisolti: tra questi, le regole, che devono essere certe, chiare e stabili nel tempo, la semplificazione complessiva del settore, il problema delle esportazioni e la necessità di sviluppare ricerca ed innovazione tecnologica.

I principi dell’economia circolare stanno conquistando anche le aziende italiane che hanno ormai raggiunto livelli di eccellenza in Europa con il riciclo del 72% dei rifiuti speciali. In Europa e in Italia ci sono già esempi pratici di economia circolare: grandi aziende aderenti a GEO, il Green Economy Observatory che sperimentano e mettono in pratica modelli di economia circolare oppure piccole realtà o nuove startup che puntano sul riciclo e sul riuso per fare impresa.

Sono già numerosi gli esempi di economia circolare e le startup nate per commercializzare prodotti fatti con materiale di recupero. Tra gli esempi più noti, c’è il caso di Barilla che ha lanciato il progetto “Cartacrusca”: produce carta dalla crusca, cioè dallo scarto derivante dalla macinazione dei cereali lavorata insieme alla cellulosa. Un altro esempio è il progetto Waste Fab Lab, giunto tra i sei finalisti italiani all’European Social Innovation Competition 2014. Il progetto, nato a Ferrara, mira a creare un network di spazi, attraverso un format replicabile nelle città, in cui aggregare attività creative, manifatturiere ed educative finalizzare al riciclo dei materiali di scarto. Non un semplice centro del riuso, ma un luogo di partecipazione dove far convergere il pubblico e il privato, scambiare conoscenze, produrre servizi, realizzare nuovi oggetti recuperando materiali di scarto.

Il riciclo non corrisponde solo ad un modello economico e ad una buona pratica, ma si tratta prima di tutto un modello culturale, portatore di un valore allo stesso tempo etico, educativo, economico ed estetico. Serve in primis mettere in atto comportamenti consapevoli e promuovere forme di auto-organizzazione e cooperazione tra i cittadini, per una condivisione trasversale di buone pratiche ecologiche che coinvolga dai bambini agli adulti.

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