Innovazione Sociale

Dalla distruzione alla conoscenza: vissuti in accoglienza

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Occuparsi di socialità e promuovere sviluppo comunitario è spesso un lavoro che si appoggia sulla casualità. Le vicende umane sono quasi sempre vicende a sviluppo casuale: occuparsene significa abitare l’incertezza del contesto sociale e cogliere occasioni impreviste per promuovere nuove relazioni e nuove opportunità.
Si tratta di dichiarazioni facilmente condivisibili da chiunque si occupi di lavoro sociale, ma che non sempre si riesce ad applicare consapevolmente nella concretezza della quotidianità. Forse NuovaRicercaAgenziaRES in occasione del “ciclone Victor” ci potrebbe essere riuscita.
Ciclone Victor è la denominazione scherzosa con la quale abbiamo definito l’episodio dell’11 aprile 2015 in cui un rifugiato nigeriano – appunto Victor – ospite di un nostro gruppo SPRAR, ha reagito con un eccesso di rabbia ad una situazione di angoscia, di stress e di mancata immediatezza nella risposta che si attendeva, prendendo a sprangate 14 automobili e tutte le vetrine di un negozio di prodotti per l’estetica. Il tutto è avvenuto nel parcheggio antistante la nostra sede amministrativa: potremmo dire, davanti a casa nostra. Auto quasi tutte vuote, fatta salva una nella quale si trovava anche un bimbo piccolo.

Un episodio di quelli che sono l’incubo notturno di qualunque gestore di servizi per rifugiati. C’erano un po’ tutti gli ingredienti “dell’incresciosità”. Un episodio di violenza; un “nero” sbandato e fuori controllo; la rabbia del quartiere in cui la cooperativa è alquanto sconosciuta; la vicinanza temporale con lo scandalo di Roma-capitale e quindi una certa idea negativa di cooperazione sociale. Tutto sembrava essere contro di noi e l’unica soluzione quella di assumere un profilo quanto più basso possibile e aspettare che la bufera passasse oltre. Invece abbiamo fatto un’altra scelta. Ci siamo assunti tutta la responsabilità del caso e dell’accaduto ed abbiamo messo in campo una serie di azioni concrete.

Abbiamo organizzato una assemblea di quartiere preparata andando a chiacchierare con il Presidente del Centro sociale e con il leader del locale comitato contro la centrale a bio-gas (il più importante elemento aggregante di questo territorio è una classica dinamica nimby). Insieme a loro abbiamo organizzato un incontro nella sede del centro sociale di quartiere: lì abbiamo presentato la nostra cooperativa; abbiamo presentato il tipo di lavoro che facciamo sull’accoglienza dei rifugiati; abbiamo fatto incontrare alcuni dei ragazzi che sono con noi; abbiamo dato un volto alle nostre persone. Infine, ma molto importante, abbiamo risposto alle domande e alle incertezze e anche ai sospetti dei cittadini che erano accorsi.

Siamo andati a trovare a casa o al lavoro ogni singolo danneggiato dal ciclone Victor. Abbiamo spiegato cosa fosse successo; abbiamo ascoltato le emozioni di coloro che avevano subito questa violenza; abbiamo raccontato la complessa storia personale di Victor (non per giustificare il gesto, ma per inserirlo nella vita e nell’esperienza di una persona); abbiamo dato garanzie che ci assumevamo la responsabilità dei danni e che avremmo risarcito ogni singola persona e ogni singolo danno.

Abbiamo avviato un lavoro interno di analisi dell’accaduto, per capire cosa fosse esattamente successo e se c’erano cose da rivedere nella nostra organizzazione e nei nostri processi, per poter evitare una simile situazione. Se c’erano, in sostanza, degli apprendimenti che ci suggeriva questa vicenda. Quello che ne è rimasto è stata una felice e costante collaborazione con il comitato di quartiere con il quale organizziamo eventi, appuntamenti e attività congiunte. Un senso di rispetto reciproco e di conoscenza con i “vicini” alla nostra sede amministrativa, i quali sanno che siamo gente seria e attenta, con una vera anima sociale e si fidano di noi; non ci vivono come una minaccia.

Un rapporto forte e importante con la prefettura locale e con l’amministrazione comunale che sanno che ci facciamo carico delle situazioni con le quali lavoriamo e soprattutto delle persone che accogliamo, ponendo attenzione al legame sociale territoriale e non scaricando su altri le responsabilità di ciò che avviene attorno ai nostri servizi. Ci siamo posti ed abbiamo agito come un soggetto sociale e non come un gestore di servizi sociali.

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