Cooperazione e Comunità

Animazione di comunità: un’esperienza dello SPRAR

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Declinare animazione di comunità vicino alla sigla SPRAR appare questione ovvia e inevitabile: purtroppo invece si tratta di una materia delicata e originale sulla quale sono ancora troppo pochi a misurarsi.

La sigla SPRAR riguarda il sistema posto in essere dall’ANCI (l’Associazione dei Comuni italiani) finalizzato alla gestione della seconda accoglienza dei rifugiati e richiedenti asilo. Un sistema che ormai raccoglie oltre 20mila persone e coinvolge 382 enti locali. Appare evidente che predisporsi ad accogliere rifugiati non può prescindere dal problema di come gestire la relazione e l’impatto che queste persone determinano con le comunità che li ospitano. Troppo spesso tale accoglienza viene concepita come un compito di carattere meramente tecnico-logistico, senza tenere alcun conto di come essa abbia invece importanti implicazioni di carattere culturale, di politica locale e potremmo dire di “educazione comunitaria”. Molti progetti di accoglienza fanno scientemente la scelta di mantenere un “profilo basso”, evitando di diffondere informazioni sulla loro esistenza nella città, sulle persone che accolgono, sulle attività che svolgono. Una scelta che in qualche modo alimenta il sorgere di tutta una serie di “leggende” e di cattiva conoscenza da parte della cittadinanza rispetto all’accoglienza dei richiedenti asilo.

Nella fase di avvio del progetto SPRAR “Era Domani” abbiamo deciso che questa volta dovesse andare in modo differente. Abbiamo dunque strutturato un intervento di animazione di comunità nei quartieri di Fermo in cui ci apprestavamo ad aprire degli appartamenti per l’accoglienza dei richiedenti asilo. Siamo partiti da qui: dal desiderio di preparare il contesto all’accoglienza di un gruppo di persone nuove che si apprestano ad abitarlo; dalla necessità di informare in maniera corretta e completa rispetto alla natura di quel nuovo insediamento; dalla opportunità di entrare in punta di piedi e con rispetto senza la pretesa di essere accolti in quanto portatori di bene e di giustizia.

Quest’ultimo paradigma è quello decisivo crediamo. Ed è diventato sempre più importante via via che entravamo nell’azione di animazione. Laddove avevamo cominciato un’attività volta ad informare la comunità rispetto al nostro arrivo, per darle i giusti strumenti per accoglierci come meritavamo, è diventato sempre più evidente che quelli che dovevano capire, eravamo noi. Ci siamo accorti che nel descrivere l’obiettivo di combattere la diffidenza attraverso la conoscenza reciproca e la fiducia, occorreva un grande impegno da parte nostra per conoscere la comunità e cominciare a fidarci di essa (e non soltanto a chiedere la sua fiducia nei nostri confronti). “Come si fa una comunità accogliente?” è una domanda che è stata fatta ad uno degli incontri che l’equipe del progetto SPRAR Era Domani ha organizzato nei diversi quartieri della città di Fermo. E la risposta a questa domanda non sta nei libri di sociologia, ma sono gli interlocutori, chi fa la domanda, l’operatore che ascolta, il richiedente asilo o rifugiato, a costruire insieme una risposta credibile. O almeno sincera, in quanto frutto di un tentativo. Che bisogna avere l’onestà di dirsi potrebbe anche fallire.

Entrare in una prospettiva di questo tipo significa attivare il confronto con nuove domande, con domande che finora abbiamo preferito ignorare o anche “squalificare”. Altra domanda “come ci salviamo insieme”? o “esiste uno SPRAR per me?”. Ci vorrebbe una presa di posizione politica forte, in grado di affermare che il discorso dell’accoglienza e quello sull’esclusione sociale e la povertà vanno affrontati con un’ottica comune, due percorsi paralleli che finché visti come scissi non possono risolversi. Se anche solo dal dibattito pubblico emergesse con un po’ più forza questa prospettiva, sarebbero molte meno le vittime della trappola informativa populista, per cui i tuoi problemi sono causati da chi sta peggio di te. Ecco come l’efficienza di un progetto SPRAR, una comunicazione più responsabile da parte degli addetti ai lavori (e non solo) e la presa di responsabilità da parte della classe politica – fosse anche dapprima solo locale – diventano la base per la costruzione di una comunità davvero accogliente.

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