Comunicazione Sociale

Sharing economy. I concetti base e la sfida del Terzo settore

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Facciamo la conoscenza di Paolo. Paolo è appena tornato dalle vacanze. Ha alloggiato in un appartamento trovato su AirBnb. Ѐ riuscito a scoprire tutti i luoghi più suggestivi del posto grazie ad un abitante del luogo contattato tramite GuidemeRight. Ha mangiato specialità locali consultando Gnammo. Si è mosso all’interno della città usando Uber ed è arrivato all’aeroporto approfittando di un passaggio trovato su BlaBlaCar.

L’esperienza di Paolo potrebbe essere quella di ognuno di noi, la ricostruzione è piuttosto reale. I servizi citati sono tutti esistenti e attivi sul territorio italiano. Quello che è facile capire da questa piccola ricostruzione è che la vita di tutti noi è immersa nella Sharing economy.

Cos’è la Sharing economy o, con un termine italiano, il consumo collaborativo? Per molti è un rimedio contro la crisi, per altri è il futuro che avanza, per altri ancora è solo un modo per fare un momento di riflessione sulla situazione in cui ci troviamo.

Una definizione accademica del fenomeno lo descrive come un modello economico ibrido basato su una serie di pratiche di scambio e condivisione di beni materiali, servizi e conoscenze. Ѐ un nuovo modello economico che parte dai reali bisogni dei consumatori.

Riutilizzo, riuso e condivisione: sono queste le caratteristiche delle nuove realtà imprenditoriali nate negli ultimi anni e che utilizzano piattaforme tecnologiche per un modello di economia circolare, all’interno della quale professionisti, consumatori o semplici cittadini, mettono a disposizione competenze, tempo e conoscenze. Così facendo si promuovono nuovi stili di vita basati sul risparmio, la ridistribuzione del denaro le relazioni personali e la salvaguardia dell’ambiente.

Secondo un recente studio condotto da PriceWaterhouse Coopers, sono cinque i settori che guidano l’esplosione della sharing economy: i trasporti, gli alloggi, la finanza collaborativa, servizi domestici e professionali on-demand. A livello geografico, invece, lo studio evidenzia come i paesi maggiormente attivi nella sharing economy sono quelli del nord Europa, Germania e Gran Bretagna, nello specifico, registrano più di 50 imprese già operative sul mercato, Olanda e Spagna tra 15 e 30, Italia e Polonia meno di 25.

Rimanendo in Italia, non abbiamo grandi piattaforme, ma i numeri dicono che siamo su livelli europei quanto a conoscenza e uso di queste. Quest’anno si è tenuta la quarta edizione di Sharitaly, in cui si è provato a fare il punto sull’economia collaborativa.  La sharing economy italiana è più orientata all’innovazione sociale e culturale che all’innovazione tecnologica, con esperienze di contaminazione online e offline e tra locale e globale. Gli italiani hanno il capitale umano e la creatività necessari per aprire nuove piattaforme, ma poi faticano a farle decollare per mancanza di investimenti. Negli ultimi il finanziamento delle startup italiane è stato di 150 milioni di euro all’anno, contro il miliardo di euro investito dai francesi.

Va però fatta una distinzione. Bisogna separare le esperienze che usano la sharing economy solo come strumento per alimentare una deregulation selvaggia, da quelle che immettono sul mercato modelli di consumo all’insegna della condivisione e della sostenibilità. Prendiamo ad esempio Uber o Foodora. Cosa c’è di condiviso in un servizio a pagamento di consegna a domicilio del cibo? Non la bicicletta e di sicuro non il cibo. Così anche gli autisti di Uber non condividono auto o benzina.

In questi casi si preferisce parlare di gig-economy, economia del “lavoretto” (gig viene dal linguaggio americano informale che descrive un lavoretto o un incarico occasionale o temporaneo), o di economia on-demand. Ѐ un modello dove le prestazioni di lavoro stabile sono azzerate e dove la dimensione sociale e relazionale del lavoro non viene presa in considerazione, con pesanti ricadute nella tutela del welfare. Questo fenomeno, partito da un segmento della nostra economia (trasporti), si sta allargando a tutto il settore dell’offerta di beni e servizi. Proprio per descrivere questo fenomeno si è creato il neologismo “Uberizzazione”.

La sfida del Terzo settore è quella di riportare il sociale all’interno della sharing economy e di non farsi coinvolgere dall’uberizzazione che non produce valore sociale, ma disuguaglianze. Di fronte ad uno scenario del genere, il terzo settore è chiamato a farsi parte attiva nel riportare al centro delle nuove forme economiche la realizzazione di obiettivi di carattere generale, a partire dall’esigenza che la capacità delle persone di autorganizzazione e di creazione di legami sociali non divenga oggetto di appropriazione.

Questo recupero di centralità per l’impresa sociale è oggi particolarmente necessario anche per la specifica propensione, storicamente mostrata da questa forma organizzativa, a fornire un contributo occupazionale significativo a confronto delle imprese for profit. La sfida lanciata al mondo dell’impresa sociale impone, dunque, una ridefinizione delle proprie modalità organizzative per andare al passo con l’innovazione tecnologica.

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